Sei femminista? Ma, piuttosto: te lo sei mai chiesto? Oppure: é piú necessario chiederselo o esserlo?
Io me lo sono chiesto e, in generale, non sopporto gli “ismi”…sará perché li trovo sempre troppo estremi . Quindi mi dichiaro semplicemente pro-donna, per tanti motivi: per sincera convinzione, per comoditá, per non fare la figura dell’insensibile-gretto-materialista quale tendo ad essere come ogni omino, per ammirazione generale.
Di post a tema “pro-donna” ne ho scritti vari, ti invito a (ri)leggerli se ne hai voglia:
Basta alle anoressiche. Restando in tema di pubblicitá e uso del corpo femminile non é certo possibile ignorare i cambiamenti che sono in atto: in un articolo di Repubblica uscito il 14 giugno 2009 si legge che l’autorevole magazine Vogue (nella sua edizione britannica con a capo Alexandra Shulman) ha – incredibilmente – dichiarato guerra all’anoressia diffusa tra le modelle e, soprattutto, all’infelice pratica di “ingrassarle” fotoritoccandole sapientemente al computer!
[…] “I vestiti che le case di moda ci inviano sono sempre più piccoli”, scrive la Shulman. “Siamo al punto che le modelle più famose -come Naomi Campbell, Linda Evangelista o perfino la magrissima Kate Moss – non riescono più a indossarli. Dobbiamo usare modelle senza seno né fianchi, con ossa sporgenti e un look per nulla femminile. Ormai devo chiedere ai fotografi di ritoccare le immagini per far apparire le modelle di taglia più grande”. […] Leggi il seguito di questo post »
Sarà una casualità, ma quest’uso dei “vecchi” diagrammi di Venn (ve li ricordate alle elementari e alle medie? “L’insieme unioverso…”) per spiegare visivamente concetti e teorie mi piace molto. E’ un fenomeno very english ed è un modo piuttosto intelligente di “fare” comunicazione. Secondo me anche Leibniz ne sarebbe soddisfatto
Bud Caddel, esperto di marketing e business setting dall’età di 14 anni, ha usato bene i diagrammi di Eulero Venn per dare 3 utili consigli:
Non si può sapere come si fanno i soldi dalle sole cose che vogliamo e sappiamo fare bene. Sul web esiste un mercato quasi per qualsiasi cosa e questo comporta cambiare velocemente strategie nonchè la tipologia del cliente. Se siamo troppo fissati sull’obiettivo iniziale del business (magari perché siamo disperati e vogliamo concretizzare i guadagni al più presto) rischiamo di lasciarci sfuggire la possibilità di sperimentare.
Abbiamo trovato il nostro ramo e riusciamo ad essere pagati, tuttavia non siamo i migliori sulla piazza. La mediocrità non è una buona strategia. Imparate a riconoscere le vostre debolezze e organizzatevi per migliorare il vostro business. Trovate i migliori talenti e fatenei vostri collaboratori. Imparate come fanno i vostri concorrenti a far funzionare il loro business e copiate.
Avete a che fare con un lavoro che qualcuno vuole farvi fare, che magari svolgete bene (o comunque meglio della concorrenza) ma che non è realmente quello che vorreste fare. Questo è forse il trabocchetto peggiore per un buon business. E’ l’allarme che annuncia il disastro: smetterete di amare ciò che fate e perderete quella passione iniziale per il vostro mestiere. Cominciate a dire dei “no”.
Photoshop Photo Frame, serie limitata in vendita a circa $50,00 qui
Magari non fa parte del vostro vocabolario quotidiano, ma il verbo “fotosciòppare” (sinonimo di ritoccare per mezzo del programma Photoshop) sta spopolando sempre più tra i ggiòvani. Un po’ come “puffare” per noi, figli degli anni ‘80 insomma…A dirla tutta, se volete farvi un’idea più esaustiva, dovreste guardare questo filmato che – oltre ad essere piuttosto chiaro e incontestabile – può aiutare ad aprire qualche discorso in merito al subdolo mondo del marketing e all’abuso dell’immagine della donna per vendere qualsivoglia prodotto:
Se c’é un logo che mi ha sempre affascinato fin da bambino fino ad influenzare il mio gusto personale in ambito professionale – beh – questo é proprio il marchio Agip. Tuttora esercita in me grande ammirazione e piacere: sará per via del soggetto (il famoso cane sputafuoco a sei zampe) inserito nel suo box regolare ad angoli smussati (che ho sempre adorato…basta confrontarlo col mio logo su in alto), sará per la scelta di colori azzeccatissima (nero su giallo – l’impostazione della segnaletica di pericolo) variata da quella fiammata rossa, cosí graficamente frastagliata, semplice e…semplicemente mitica. Fatto sta che questo marchio (insieme a quello della IP) hanno composto le basi della mia formazione da grafico e a loro devo molto.
Per questo dedico questo post alla storia di questo marchio che ho tratto interamente dal sito ufficiale EniPower:
“Chi disegnò il cane a sei zampe che significa energia in Italia e nel mondo?
La verità sul suo autore si è saputa ufficialmente trenta anni più tardi. Luigi Broggini non ammise mai la propria paternità e la certezza dell’attribuzione del simbolo si è avuta solo dopo la sua morte (1983), per mezzo delle testimonianze del figlio riportate dal giornalista Dante Ferrari.
[…] L’interpretazione ufficiale, data dall’ufficio stampa dell’Eni negli anni Cinquanta, spiega le sei zampe dell’animale fantastico come la somma di quattro ruote dell’auto più due gambe del suo guidatore. Una sorta di centauro moderno, e anche quasi un’assicurazione che così il mezzo di locomozione diventi il più veloce possibile attraverso la simbiosi fra la macchina e l’automobilista. Un interessante parallelo possiamo individuarlo anche nella mitologia africana, in cui compaiono animali con un numero di zampe superiori al normale, proprio per significare una forza non comune: in Tanzania e in Kenia capita di vedere, tra le statuette di legno intagliato dell’arte makonde, leoni e leopardi con sei zampe. Anche in Nigeria nei bronzi del Benin, si trovano esempi di animali rappresentati con un numero di zampe superiori al normale, proprio per significare una potenza sovrannaturale.
La necessità di un nuovo simbolo in grado di rendere facile e immediata la riconoscibilità della Società energetica italiana in ogni parte del mondo è stata il motivo del concorso del 1952. Leggi il seguito di questo post »
La fondazione anti-cancro-ai-polmoni di Roy Castle (The Roy Castle lung cancer foundation) ha chiesto all’agenzia inglese CHI and Partners di fargli una bella campagnetta promozionale. Sono stati di parola: un esempio di come non sia necessario far vedere finti polmoni di gomma sezionati e riempiti di catrame per comunicare al pubblico che il fumo passivo fa male: uccide 5 persone al giorno.
Messaggio chiaro, grafica essenziale, simbologia efficace. Semplicemente perfetto anche se non molto allegro il tema, ok…
Un buon truccatore fa i miracoli, oltre a fare un mucchio di soldi…chiedetelo a Diego Dalla Palma, definito oltreoceano il profeta del make-up made in Italy. Ciononostante anche il caro Diego é d’accordo con me, nel senso che vede una certa insicurezza nell’eccesso di make-up.
“Quando una donna forse è eccessivamente coperta, con troppo trucco, probabilmente vuole mascherarsi. Non è detto che la donna acqua e sapone sia piú forte, però sicuramente si porge agli occhi con un’onestà fisica, senza nessun tipo di maschera. Può anche darsi che dietro l’eccesso di acqua e sapone si celi una fragilità diversa. Fragilità per esempio può essere anche non aver voglia di giocare con il trucco. Io credo che la regina del mondo sia quella che con o senza trucco stia bene, ma che sappia usare il trucco con ironia e solo come gioco. Se lo usa per mascherarsi è un disastro.” (intervista a Vanessa Bozzi del 31/05/01)
Sono pienamente concorde: la donna piú attraente é quella che sta bene con sé stessa in ogni occasione, truccata o struccata. Tuttavia i casi di eccessivo maquillage abbondano in TV e al cinema. Personalmente non lo ritengo un problema perché non guardo TV da almeno 4 anni e vado al cinema poco spesso…preferisco l’Home Video – spesso abusivo, come anche voi del resto. Leggi il seguito di questo post »
Oggi é uscito ufficialmente l’iPhone 3G che porta qualche miglioramento (soprattutto perché girerá su una banda piú ampia dell’Umts, il 3G appunto) e toglierá altri soldi dalle tasche dei fanatici. Sono un fanatico? No. Ma uso uno dei miei vecchi bidoni Nokia perché l’ultimo decente me l’hanno rubato, quindi avrei tutta l’intenzione di prenderne uno quando uscirá in Italia (l’11 luglio). I prezzi sono ancora da definire ma negli States l’8 Gb costa 199$ e il 16 Gb 299$. Vedremo.
In realtá ció che fa veramente notizia, secondo me, é che il 4 maggio scorso é morto Fredric J.Baur. Se non sapete chi é (e vi sfido, visto che non lo sapevo neanch’io) sappiate che é stato l’inventore del tubo delle Pringles. Ok, ok…capisco che neanche qui ci sia niente di interessante, ma la cosa che fa un po’ strano é che s’é fatto cremare e ha fatto usare come urna cineraria proprio uno dei suoi tubetti!!! Giá…e in seguito s’é fatto seppellire presso lo Springfield Township in Ohio, nel cimitero Arlington Memeorial Gardens. An’vedi sto fanatico…
Breve storia delle Pringles. Nessun comune mortale s’é mai importato troppo di queste patatine americane che – in veritá – hanno segnato un’epoca grazie alla loro forma specifica (la quale si incassa precisamente nel palato pronta per essere frantumata e gustata) e alla confezione studiata appositamente per mantenerne intatta la forma (in barba ai sacchetti formato famiglia in cui se ne rompono la metá solo al supermercato) e la fragranza (con la chiusura ermetica di plastica). Non a caso queste trovate sono state (giustamente) brevettate e hanno decretato la fortuna di questo brand fin dal 1967, anno in cui sono state commercializzate. In Italia le Pringles sono commercializzate solo dal 1999. Ma la storia di queste patatine risale ai tempi della Grande Guerra e, come tutte le piú grandi invenzioni del XX secolo, sono state ampiamente testate sui soldati. Da qui si capisce anche l’esigenza di un involucro ben piú resistente di un semplice sacchetto di plastica.
L’inventore Fredric J.Baur invece ha trovato la sua fortuna brevettando, appunto, l’involucro a tubo e la pellicola salva-fragranza ma a lui si devono altre piccole innovazioni in ambito alimentare: ha inventato il gelato liofilizzato e un paio di olii speciali per friggere, tra cui quelli industriali. Ringraziate lui per l’avvento del junk-food á la McDonald’s quindi. Qui di seguito ecco uno degli spot originali degli anni ‘70 (1973/1974 direi):
Noi poveri sfigati italiani abbiamo conosciuto ben poco del ventaglio di scelte messo a disposizione da Pringles. Oltre ai tre gusti tradizionali (Original, Sour’n Cream e Paprika, rispettivamente color rosso, verde e giallo) ho visto che hanno girato – anche se per poco – i gusti Hot and Spicy (nero), Delight (la versione light – ovviamente – in 3 gusti: classico e aromatizzate al peperoncino e con feta greca…il tutto nel tubetto viola) e il flop nazionale: gusto Pizza (tubetto bianco col tricolore, buuuuu). Esistono in realtá almeno il triplo dei gusti (vedi immagine in fondo al post), nonché una versione apposta per raccogliere a mo’ di cucchiaio la salsa Pringles venduta separatamente, chiamata Pringles Dippers. Non a caso gli anglosassoni (inglesi, americani, australiani e neozelandesi) vanno matti per tutto ’sto junk food e solo da loro é possibile trovare tutta la selezione disponibile. Ho fatto un giro da poco a Londra e mi sono fatto una vaga idea… Leggi il seguito di questo post »
Negli ultimi 4 anni ho viaggiato spesso in Europa: Parigi, Madrid, Lisbona, Praga, Berlino, Dublino, Londra. Adoro viaggiare.
Ricordo, peró, che fin da piccolo amavo collezionare le differenzee le somiglianze che riuscivo a notare durante i viaggi coi miei genitori: in Brasile girano modelli Volkswagen e Fiat inediti nel resto del mondo, le pubblicitá televisive spesso traducevano gli stessi slogan in lingue diverse oppure le storpiavano radicalmente e cosí via.
Parentesi. Possiedo ancora un video amatoriale girato durante la gita-scambio in Germania, era la nostra prima volta, in cui mi soffermai a notare che la nota marca di gelati Algida era chiamata diversamente. Non era certo la prima volta che stavo attento a questi dettagli (inutili per alcuni, banali per altri) ma, semplicemente, ne ho una testimonianza registrata. Insomma: da quel momento in poi la mia é diventata una caccia ai brand che ho saputo consolidare in un sacco di manie e collezioni private. Non avete idea di quanti ritagli di pubblicitá e packaging di ogni genere possegga…almeno le mie lezioni non annoiano basandosi esclusivamente sulla teoria.
Algida nel mondo. Come dicevo poc’anzi, avendo viaggiato spesso ultimamente non ho mai smesso di farmi attirare dai dettagli piú insignificanti…e da qui ne é nato il caso Algida. Guardate queste foto:
Sbagliato. Sentivo raccontare da parecchi amici che hanno vissuto e conosciuto l’Australia che la pubblicitá locale assume toni veramente forti. Il paragone tra la “Pubblicitá progresso” a cui siamo abituati noi italiani é lontana quanto la stessa distanza geografica da quella promossa laggiú. Diciamo che sia in fatto di ironia che di serietá esistono delle notevoli differenze. Notate, per esempio, questa pubblicitá che é stata utilizzata in Australia occidentale per sensibilizzare e responsabilizzare maggiormente tutti quei genitori che, nei parchi acquatici, lasciano incustoditi i propri figli…io credo che un bambino che veda un’immagine del genere appiccicata al fondo della piscina (e che chiaramente non ne capisce il motivo) non possa che venirne traumatizzato. Dunque il problema dei “bambini” in realtá é un problema degli adulti…perchá rischiare cosí tanto di shockare le vere vittime di un problema causato dall’incoscenza dei genitori?
Corretto. Piuttosto una bella campagna pubblicitaria, intelligente e efficace, dovrebbe lavorare sulle abitudini quotidiane delle persone – come per esempio leggere – o comunque parlare in modo chiaro, per immagini inequivocabili dell’argomento trattato. Questi due esempi esemplificano esattamente ció di cui parlo. Unicef e Adoption Awareness riescono a trasmettere il loro impegno (e serietá aggiungerei) anche – e soprattutto – grazie all’immagine che li promuove:
Molto intelligente ed efficace questa campagna pubblicitaria ideata per promuovere le ultime lenti Leica V-Lux 1. Lo studio Advico Young & Rubicam risiede in Svizzera e ha pensato in modo razionale, riducendo all’essenziale l’obiettivo della comunicazione. Ottimo esempio de “La funzione è forma”.
Siamo dei maiali. Ma da quant’è che, un po’ per moralismo da bar un po’ perché ci crediamo, che ci lamentiamo del fatto che non se ne può più di cotanta carne cruda a disposizione (“quale migliore occasione…” diceva un mc/dj old school a Bologna) nei programmi tv italiani, nelle pubblicità su riviste e quotidiani e in formato gigante sui manifesti per strada? Ora, lasciamo perdere che – in quanto uomo – è sempre un bel vedere, ma effettivamente anch’io rientro tra i tanti che sentono lesa – già da troppo tempo ormai – la propria intelligenza. In quanto amante della comunicazione devo comunque anticipare che sesso e morte saranno sempre fonte di attrazione per l’uomo che – per sua natura feticista – non potrà mai fare a meno di mostrare interesse, seppur minimo, per notizie e/o immagini ad esso inerenti. Ma un conto è usare l’immagine femminile, un conto è sfruttare il suo corpo per vendere e basta. Personalmente la interpreto anche come un modo velato e garbato di considerarle meramente oggetti e niente più…oggetti per la riproduzione un tempo, ora oggetti per la vendita. Insomma, non c’è bisogno di scoprire le donne per scoprire che siamo dei morbosi (noi uomini), lo sappiamo già, lo sanno tutti. Dunque basta.Leggi il seguito di questo post »
Chi non è del mestiere non conosce i problemi che deve affrontare un grafico davanti al proprio committente, spesso sottoponendogli un lavoro già ultimato…: “Non si potrebbe mettere un po’ più di colore? Così mi sembra un po’ spentino…” oppure “Non si potrebbe, io non ci capisco niente però, ingrandire un po’ il mio logo? Così non si vede molto…” oppure “Beh, questi spazi vuoti si potrebbero usare per comunicare altre cose…se no è inchiostro sprecato!” e così via…Questo video-parodia, intitolato “Make my logo bigger!” e realizzato dalla Agency Fusion di Salt Lake City, rende piuttosto bene l’idea in modo ironico si vedono gli attori stessi che, a un certo punto, non ce la fanno neppure loro a trattenere le risate!
Appena ricevuta dalla mia amica I. a cui ogni tanto piace mandare ai suoi amici quelle mail divertenti, spesso a sfondo sessuale, così, per fare due risate…interessante questo piccolo “prontuario” per ricordarsi i termini del marketing, a parte gli scherzi a me risulterà molto utile
” Corso di marketing al femminile:
Ti trovi ad una festa e vedi un tipo molto affascinante. Ti avvicini a lui e gli dici: “Sono un fenomeno a letto.”
Questo è Marketing Diretto.
Ti trovi ad una festa con un gruppo di amici e vedete un tipo molto affascinante. Uno dei tuoi amici gli si avvicina e gli dice:”Quella donna là è un fenomeno a letto.”
Questa è pubblicità.
Ti trovi ad una festa e vedi un tipo molto affascinante. Gli chiedi il suo numero di cellulare. Il giorno dopo lo chiami e gli dici: “Sono un fenomeno a letto.”
Versione più seria questa serie di pubblicità – guarda un po’ – provocatorie promosse da United Colors of Benetton in India, dove la violenza domestica sulle donne è ancora un problema serio.
Guardate un po’ cos’ho trovato mentre mettevo un po’ a posto vecchie scartoffie…formato non regolare, cartoncino rigido plastificato…un vecchio gadget della SIP a mo’ di righello (vedi unità di misura sul fianco lungo). Ma l’intento on è quello d analizzare la forma e i materiali di quest’oggetto, bensì la comunicazione: sono indicate tutte le fasce orarie a tempo, la teleselezione…per ogni esempio c’è scritto “Tariffa”, ma…dove sono i prezzi?!?!?
Inoltre guardate quanti servizi metteva a disposizione la vecchia SIP…l’199 era per le ricette di cucina, ehehehe…
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