The word is “hack”

20 07 2009

Parola d’ordine: modificare.

Cambiare aspetto, intervenire creativamente sull’esistente e modificarne le proprietá estetiche, funzionali e/o comunicative. É il concetto su cui si basa anche il mio progetto S.p.A. (insieme a tanti altri che, per ora, mi guardo bene dal pubblicare poiché incompleti) e, secondo me, rispecchia anche l’atteggiamento creativo che meglio definisce la nostra generazione. Diciamo dai 20 ai 40, suvvia…

“Hack to pieces” si traduce “tagliare a pezzi” (Wordreference). “Hacker” viene tradotto in italiano col sostantivo negativizzante “pirata informatico” (Wordreference). Ecco perché quando si parla di hacking subito saltano in mente immagini di nerd informatici vestiti di nero, magari con la cresta, tatuaggi, piercing e innesti…teppisti, incivili, imbratta-muri, skater che vandalizzano i gradini e i marciapiedi della cittá, e cosí via. Sicuramente anche ragazzi che fanno (o hanno fatto) cose del genere sono parte di questa generazione ma bisogna anche considerare le cose dal lato evolutivo, ovvero ammettere che qualcosa é cambiato (ovviamente) e in meglio, aggiungo io. Ma non solo.

Giusto per piacere personale (e per tenere a portata di mouse i rispettivi link, NdR) scrivo questo post. E inoltre avverto la piacevole sensazione di fare parte di qualcosa di incredibilmente emozionante: la contemporaneitá. Niente inventori alla Leonardo Da Vinci, solo divertiti artisti e creativi che cercano di far passare un solo, semplice concetto a chi non lo é: usa la tua testa, non lasciarti comandare.

Vediamo un po’ come.

Il web che influenza la vita reale (e si appiccica)

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Come essere felici facendo affari

7 06 2009

Sarà una casualità, ma quest’uso dei “vecchi” diagrammi di Venn (ve li ricordate alle elementari e alle medie? “L’insieme unioverso…”) per spiegare visivamente concetti e teorie mi piace molto. E’ un fenomeno very english ed è un modo piuttosto intelligente di “fare” comunicazione. Secondo me anche Leibniz ne sarebbe soddisfatto :)

Bud Caddel, esperto di marketing e business setting dall’età di 14 anni, ha usato bene i diagrammi di Eulero Venn per dare 3 utili consigli:

Non si può sapere come si fanno i soldi dalle sole cose che vogliamo e sappiamo fare bene. Sul web esiste un mercato quasi per qualsiasi cosa e questo comporta cambiare velocemente strategie nonchè la tipologia del cliente. Se siamo troppo fissati sull’obiettivo iniziale del business (magari perché siamo disperati e vogliamo concretizzare i guadagni al più presto) rischiamo di lasciarci sfuggire la possibilità di sperimentare.

Abbiamo trovato il nostro ramo e riusciamo ad essere pagati, tuttavia non siamo i migliori sulla piazza. La mediocrità non è una buona strategia. Imparate a riconoscere le vostre debolezze e organizzatevi per migliorare il vostro business. Trovate i migliori talenti e fatenei vostri collaboratori. Imparate come fanno i vostri concorrenti a far funzionare il loro business e copiate.

Avete a che fare con un lavoro che qualcuno vuole farvi fare, che magari svolgete bene (o comunque meglio della concorrenza) ma che non è realmente quello che vorreste fare. Questo è forse il trabocchetto peggiore per un buon business. E’ l’allarme che annuncia il disastro:  smetterete di amare ciò che fate e perderete quella passione iniziale per il vostro mestiere. Cominciate a dire dei “no”.

Link:

Via Swiss-Miss.





Photoshop the world

27 12 2008

Photoshop Photo Frame, serie limitata in vendita a circa $50,00 qui :)

Magari non fa parte del vostro vocabolario quotidiano, ma il verbo “fotosciòppare” (sinonimo di ritoccare per mezzo del programma Photoshop) sta spopolando sempre più tra i ggiòvani. Un po’ come “puffare” per noi, figli degli anni ‘80 insomma…A dirla tutta, se volete farvi un’idea più esaustiva, dovreste guardare questo filmato che – oltre ad essere piuttosto chiaro e incontestabile – può aiutare ad aprire qualche discorso in merito al subdolo mondo del marketing e all’abuso dell’immagine della donna per vendere qualsivoglia prodotto:

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ABC3D

5 12 2008

É proprio impossibile non esaltarmi per questo libro…13 dollari e 57 centesimi su Amazon ;-)






L’Aristografico

4 07 2008

Ogni tanto me ne torno anch’io a scrivere sul blog, sapete? Giá, dopo la mezzanotte di una giornata di lavoro calda e – a suo modo – stancante…anche se, per caritá’, finché c’é lavoro c’é speranza…e di questi tempi sperare é un po’ un lusso per molti…

Comunque. Chiacchierando del piú e del meno con due amiche, tra prime esperienze di lavoro e stage in studi di architettura e grafica, me ne vengo fuori con un desiderio inventato lí per lí…ma che poi, ripensandoci, vorrei veramente.

Il sogno. Quanto mi piacerebbe poter gestire un’agenzia di comunicazione e visual design ben affermata e potermi permettere di trattare i miei clienti quasi a “pesci in faccia”! Mi spiego: il problema dei grafici non é legato ai soldi che mancano (almeno non direttamente); non é legato al costo (sempre proibitivo) dei software di grafica – legalmente acquistati e con licenza s’intende – né dell’eccessiva mole di lavoro associata a tempi di consegna insensati (“Dev’essere pronto per ieri, mi raccomando!”)…No. Il problema dei grafici é piú semplice ma al contempo piú serio: il rapporto col committente.

Vita da grafico. Se volete avere un’idea di cosa sto parlando allora vi rimando a un vecchio post (“Tutto ció che un grafico non deve fare…”) che scrissi esattamente su quest’argomento, guardatevi il video (divertentissimo) e fatevi un’idea. Sappiate comunque che non é facile per queste due figure (cliente e grafico) relazionarsi proficuamente: il cliente crede che le immagini abbiano l’obbligo di interpretare e impersonare al 100% l’idea del proprio prodotto (marchio, azienda, catalogo che sia) solo per il fatto che sta pagando; dall’altra parte il grafico cerca inutilmente di fare ragionare il cliente e insegnargli – a suo modo – una corretta visione dei fatti e propone soluzioni interessanti che, peró, vengono puntualmente criticate o rifiutate perché non corrispondenti alle richieste iniziali…e se anche venissero accettate, dovrebbero in seguito essere modificate per avvicinarsi – pian piano – alle solite richieste iniziali.

Consigli al cliente e al suo logo. Nel caso di dover elaborare un nuovo logo (uno dei casi piú complessi per un grafico) o di doverne eseguire un restyling ci sono poche semplici regole che dovrebbe imparare qualsiasi dirigente aziendale/proprietario/commitente…commerciante…insomma chiunque.

Keep it simple. La semplicitá é una qualitá pregiata per un logo. Prima di scegliere che logo vorreste chiedete al vostro designer di mostrarvi un esempio del vostro nuovo logo rimpicciolito: simboli complicati o pieni di immagini perdono definizione e chiarezza quando sono riprodotti in piccolo. É buona regola ricordarsi che se un buon logo funziona bene sul biglietto da visita allora sará perfettamente leggibile in tutti gli altri formati.

Bianco e Nero. Un buon marchio d’impatto comunicherá forza se inbianco e nero. I loghi che contengono gradienti colore, ombreggiature e orpelli vari perderanno molto del loro effetto se riprodotti in bianco e nero. Chiedete al vostro designer di mostrarvi una versione in bianco e nero (ma NON in scala di grigi, attenzione!) del vostro logo. Pensate al suo effetto quando lo userete nei fax, negli assegni aziendali, sulla carta intestata, quando apparirá sulle pagine gialle o sui documenti fotocopiati. Se il vostro (nuovo) logo passa tutti questi test potete stare certi che avrá un buon impatto sui clienti ed avrá successo.

Clipart. Qualche designer (ciarlatano) usa le clipart direttamente nei loghi che realizza per lavoro e le combina con caratteri osceni! E a volte quest’unione funziona addirittura (la beffa oltre al danno…)! Peró possedete i diritti della clipart inserita nel vostro logo? Possedere il solo cd che le contiene non basta, poiché é possibile che esistano anche altri loghi che contengono gli stessi elementi. Chiedete al vostro designer la provenienza di ogni elemento costituente il vostro logo, ovvero se l’ha creato lui al 100%. ;-)

Io odio le clipart. E odio la barra degli strumenti “Disegna” in Word perché é un’arma impropria lasciata incustodita. É come fare giocare vostro figlio con una rivoltella carica.

É per questo che vorrei poter trattare un giorno i miei clienti…a “pesci in faccia”: TU fai il tuo mestiere, mi paghi e IO faccio il mio lavoro, e bene. Penso di meritarmi un nuovo titolo quindi. “Aristografico” andrá benissimo.

Se volete vedere altre “equazioni grafiche” realizzate da questo duo di grafici argentini andate sul loro blog LOGOlogos, sono bravissimi.

Consigli tratti e tradotti da “Tips for your logo design project” scritto da Nancy Carter.





Il fumo passivo in pubblicitá

19 06 2008

La fondazione anti-cancro-ai-polmoni di Roy Castle (The Roy Castle lung cancer foundation) ha chiesto all’agenzia inglese CHI and Partners di fargli una bella campagnetta promozionale. Sono stati di parola: un esempio di come non sia necessario far vedere finti polmoni di gomma sezionati e riempiti di catrame per comunicare al pubblico che il fumo passivo fa male: uccide 5 persone al giorno.

Messaggio chiaro, grafica essenziale, simbologia efficace. Semplicemente perfetto anche se non molto allegro il tema, ok…

Via 2wenty4our

Guarda anche queste campagne:





Nessun trucco, nessun inganno…

12 06 2008

Un buon truccatore fa i miracoli, oltre a fare un mucchio di soldi…chiedetelo a Diego Dalla Palma, definito oltreoceano il profeta del make-up made in Italy. Ciononostante anche il caro Diego é d’accordo con me, nel senso che vede una certa insicurezza nell’eccesso di make-up.

“Quando una donna forse è eccessivamente coperta, con troppo trucco, probabilmente vuole mascherarsi. Non è detto che la donna acqua e sapone sia piú forte, però sicuramente si porge agli occhi con un’onestà fisica, senza nessun tipo di maschera. Può anche darsi che dietro l’eccesso di acqua e sapone si celi una fragilità diversa. Fragilità per esempio può essere anche non aver voglia di giocare con il trucco. Io credo che la regina del mondo sia quella che con o senza trucco stia bene, ma che sappia usare il trucco con ironia e solo come gioco. Se lo usa per mascherarsi è un disastro.” (intervista a Vanessa Bozzi del 31/05/01)

Sono pienamente concorde: la donna piú attraente é quella che sta bene con sé stessa in ogni occasione, truccata o struccata. Tuttavia i casi di eccessivo maquillage abbondano in TV e al cinema. Personalmente non lo ritengo un problema perché non guardo TV da almeno 4 anni e vado al cinema poco spesso…preferisco l’Home Video – spesso abusivo, come anche voi del resto. Leggi il seguito di questo post »





Il caso Algida

29 05 2008

Negli ultimi 4 anni ho viaggiato spesso in Europa: Parigi, Madrid, Lisbona, Praga, Berlino, Dublino, Londra. Adoro viaggiare.

Ricordo, peró, che fin da piccolo amavo collezionare le differenze e le somiglianze che riuscivo a notare durante i viaggi coi miei genitori: in Brasile girano modelli Volkswagen e Fiat inediti nel resto del mondo, le pubblicitá televisive spesso traducevano gli stessi slogan in lingue diverse oppure le storpiavano radicalmente e cosí via.

Parentesi. Possiedo ancora un video amatoriale girato durante la gita-scambio in Germania, era la nostra prima volta, in cui mi soffermai a notare che la nota marca di gelati Algida era chiamata diversamente. Non era certo la prima volta che stavo attento a questi dettagli (inutili per alcuni, banali per altri) ma, semplicemente, ne ho una testimonianza registrata. Insomma: da quel momento in poi la mia é diventata una caccia ai brand che ho saputo consolidare in un sacco di manie e collezioni private. Non avete idea di quanti ritagli di pubblicitá e packaging di ogni genere possegga…almeno le mie lezioni non annoiano basandosi esclusivamente sulla teoria.

Algida nel mondo. Come dicevo poc’anzi, avendo viaggiato spesso ultimamente non ho mai smesso di farmi attirare dai dettagli piú insignificanti…e da qui ne é nato il caso Algida. Guardate queste foto:

Lisboa, aprile 2006

London, maggio 2008

Berlin, maggio 2008 Leggi il seguito di questo post »





Eigenart n.69

12 05 2008

Mentre ero a Berlino ho cercato di tenermi impegnato anche in campi extra-didattici e ho collaborato con il magazine universitario della UdK (Universität der Künste Berlin).

Storia. Questa testata, sebbene universitaria, contava ben 68 uscite…da metá anni ‘80 per capirci. Le ultime 10 edizioni che mi mostrarono, prima di cominciare i lavori per la stampa del numero 69, erano tutte molto belle…i tedeschi e la grafica tipografica sono sempre andati d’accordo del resto. Anche le tirature sono sempre state notevoli: 1000 copie, a volte 1500. Questo tipo di attivitá é gestito da un consiglio studentesco idipendente previsto, costituito e finanziato dall’universitá stessa (AstA UdK). Diciamo che i fondi a disposizione (sebbene parliamo di cifre non esagerate certamente) c’erano e ci sono sempre stati. Insomma, esattamente come nel mondo universitario italiano…Il termine eigenart si puó tradurre con “arte propria” o “arte di ognuno” piú o meno…essendo l’UdK un’universitá esclusivamente della arti (pittura, scultura, architettura, design, moda, musica e canto) la rivista non poteva scegliere nomi troppo distanti da questo campo. C’é da dire, peró, che il nome della rivista non piace al 90% dei ragazzi con cui ho parlato. Vabbé.

Redazione e struttura. La redazione per Eigenart n. 69 era composta da soli latini: io e altre 3 ragazze spagnole oltre alla capo-redattrice, tedesca almeno lei. Tra i collaboratori (illustratori e giornalisti) c’erano ungheresi, peruviani, olandesi e pure qualche tedesco. Il materiale da pubblicare (articoli, fotografie e illustrazioni) é stato raccolto in un mese e mezzo mentre la rivista l’ho preparata in una settimana (ho lavorato come grafico e Art Director) di intenso lavoro assieme all’editrice…visto che stavo lavorando su un prodotto in tedesco senza conoscerne sufficientemente la lingua.

Obiettivi. Il mio obiettivo é stato porre rimedio all’unico vero problema della rivista: sebbene molto curata esteticamente, molti studenti non la conoscevano e solo pochi l’apprezzavano; molti ne avevano sfogliato qualche pagina senza capire che fosse una rivista universitaria. Sicuramente un punto a sfavore era la quantitá enorme di parole contenute…Dovevo fare in modo che attraesse l’attenzione, che piacesse da subito…insomma, che gridasse “prendimi!” agli studenti/lettori.

Premio. Beh, del numero 69 ne sono state stampate ben 2500 copie, le prime 1700 sono andate esaurite in meno di dieci giorni (la UdK conta ben 10 edifici diversi sparsi per tutta Berlino). Una settimana fa ho ricevuto una e-mail dalla capo-redattrice la quale comunicava che Eigenart n.69 é stata selezionata tra le prime 8 riviste universitarie tedesche (su 40 testate partecipanti), come rivelano i risultati del MLP Campus-Presse Award 2008. Non immaginate che soddisfazione, soprattutto per i ringraziamenti ricevuti dai ragazzi dell’AstA

Invito. Ecco, non sono solito pubblicare notizie che riguardano le mie attivitá perché ritengo che non debba essere un blog il posto giusto per farlo, bensí un sito personale, peró mi faceva piacere scrivere due righe in merito a questa esperienza divertente, faticosa e – certamente – molto istruttiva e stimolante per me. Se volete dare un’occhiata al file .pdf dell’intero magazine potete scaricarlo liberamente a questo link…tutti i crediti sono nella penultima pagina ;-)





LSD r.i.p.

2 05 2008

Ben quattro mesi fa, 1280 Km fa, meno 17 gradi rispetto ad ora e in tutt’altro mood mentale avevo promesso in questo post che avrei parlato dell’LSD. “L’hai provato e ne vuoi parlare, eh?” vi sará venuto in mente malignamente…la risposta é “No”; peccato aggiungo, perché la veritá é che ne sarei curioso e visto che il meglio della letteratura/arte/musica del ‘900 (in particolare il vintage rock, prog rock, psychedelic rock anni ‘60 e ‘70) é nato sotto effetto di sostanze allucinogene. Per chi non é d’accordo consiglio di informarsi un po’ meglio, inclusa mia madre…;-) Giusto per dare un piccolo esempio: tra gli scrittori che usavano regolarmente l’LSD per la propria ispirazione c’erano Allen Ginsberg, J.G. Ballard, William Burroughs, Abbie Hofmann, Hunter S. Thompson e Philip K. Dick (tutti scrittori e poeti anglofoni dei quali, onestamente, non ho mai letto nulla…ma forse dovrei).

Visto che in questi giorni ho un po’ di tempo cerco di dare fondo alla massa di appunti accumulati nell’ultimo anno (ecco perché magari non ho scritto per un mese e mezzo e poi, di colpo, mi ritrovo a scrivere 3/4 post al giorno…d’altronde “aperiodicitá” significa, appunto, questo) cosí posso, finalmente, buttare via un po’ di carta :-)

Albert Hofmann. Scopro oggi che il soggetto principale di questo post – il chimico svizzero Albert Hofmann, inventore dell’LSD – é deceduto solamente quattro giorni fa (fonte: sito ufficiale)…prenderó questa casualitá come un suo richiamo discreto per non dimenticare il primo tra i cento cervelli piú influenti del pianeta (tra i quali compare, peraltro, un solo italiano: Dario Fo, settimo in classifica).

L’LSD venne sintetizzato per la prima volta nel 1938 nei Laboratori Sandoz di Basilea da Albert Hofmann. Hofmann stava effettuando ricerche sugli alcaloidi presenti nella scilla marina e nella segale cornuta nel tentativo di ricavare sostanze utilizzabili come farmaci. Le sue proprietà psichedeliche non vennero però riconosciute fino al 1943, quando Hofmann ingerì casualmente pochi microgrammi della sostanza rimasti sulle sue dita. Questa esperienza lo condusse a testare personalmente gli effetti psicoattivi dell’LSD […]. L’ingestione dell’ergot o della segale cornuta o di prodotti che da essa derivano causano la cosiddetta “febbre del pellegrino”, o ergotismo, i cui sintomi sono deliri allucinatori e forti dolori alle gambe. […] Leggi il seguito di questo post »





Se ti vedessi coi miei occhi…

15 12 2007

 

Essendo interessato alla creatività progettuale non mi è proprio possibile fare a meno di pormi domande del tipo “Cosa farei se fossi quel tale?” “Cosa me ne farei di quest’oggetto?” “Che reazione avrei di fronte a questa pubblicità/edificio/oggetto?” e così via. É il tipo di domande che si pone qualsiasi buon designer/architetto/grafico (chi lavora con la cretività e non si fa queste domande, di solito, è l’artista). Da bambino mi chiedevo spesso cosa pensano gli animali, a partire dai cani…con quei loro occhi così “umani” sembra che pensino esattamente come noi. Chissà quante volte ci sbagliamo e male interpretiamo i loro messaggi. Capita tra persone comune, figuriamoci…

Un’altra domanda bella curiosa (e tragica) è “Come vivrei se non fossi completamente sano?” inteso: partendo dalla paraplegia fino ad essere vittima di un’anomalia genetica. Ho trovato dunque molto interessante leggere le esperienze di varie persone affette da daltonismo.

“Il gene del daltonismo si trova sul cromosoma X; le donne (XX) sono daltoniche solo se entrambi i loro cromosomi X sono affetti dal gene difettoso, mentre gli uomini (XY) lo sono se ne è affetto il loro unico cromosoma X.” Il daltonismo è una malattia maschile quindi, con qualche rara eccezione. L’8% della popolazione mondiale maschile e lo 0,5% di quella femminile ne è affetta; tra Europa Occidentale, Stati Uniti e Giappone si contano un totale di 32,6 milioni di daltonici. Lo svantaggio si ripercuote un po’ in tutti i campi della vita, visto che il senso più utilizzato, si sa, è la vista seguito da udito, olfatto, gusto e tatto. Circa 150 professioni sono fuori della portata di un daltonico, soprattutto quelle legate alla sicurezza (ricordo una scena del film “Little Miss Sunshine” in cui, durante il viaggio il ragazzino muto scoppia di rabbia urlante quando scopre di essere daltonico poichè non gli permetterà di iscriversi all’università aeronautica e non gli permetterà di diventare pilota come vuole ardentemente).

 La forma di daltonismo più diffusa è quella legata ai colori rosso e verde, ma è necessario specificare che c’è differenza tra i vari tipi, divisi per deficit di colore:

  • Protanomalia, difficoltà nel riconoscere il rosso (1 uomo su 100);
  • Deuteranomalia, difficoltà nel riconoscere il verde (5 uomini su 100);
  • Tritanomalia, difficoltà nel riconoscere il blu (5 uomini su 100).

Ora, fate attenzione a come vede la foto qui sopra un daltonico affetto da ciascuno dei deficit appena elencati.

Protanomalia:

Deuteranomalia:

Tritanomalia:

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Leica V-Lux 1

4 12 2007

Molto intelligente ed efficace questa campagna pubblicitaria ideata per promuovere le ultime lenti Leica V-Lux 1. Lo studio Advico Young & Rubicam risiede in Svizzera e ha pensato in modo razionale, riducendo all’essenziale l’obiettivo della comunicazione. Ottimo esempio de “La funzione è forma”.

Via 2Wenty4our.

P.S. Mi scuso, ogni tanto non mi compaiono i link delle immagini, provvederò al più presto.





Tutto ciò che un grafico non deve fare…

19 11 2007

Chi non è del mestiere non conosce i problemi che deve affrontare un grafico davanti al proprio committente, spesso sottoponendogli un lavoro già ultimato…: “Non si potrebbe mettere un po’ più di colore? Così mi sembra un po’ spentino…” oppure “Non si potrebbe, io non ci capisco niente però, ingrandire un po’ il mio logo? Così non si vede molto…” oppure “Beh, questi spazi vuoti si potrebbero usare per comunicare altre cose…se no è inchiostro sprecato!” e così via…Questo video-parodia, intitolato “Make my logo bigger!” e realizzato dalla Agency Fusion di Salt Lake City, rende piuttosto bene l’idea in modo ironico ;-) si vedono gli attori stessi che, a un certo punto, non ce la fanno neppure loro a trattenere le risate!

Fonte: SpotAnatomy.info