Il linguaggio dei “gggiovani”

28 08 2009

“Bella véz! Allora? Tutt’apposto?” “Dai, così…”

Di sicuro parlerebbero così (circa) i figli di un avvocato, che a sua volta non potrebbe esprimersi così con i suoi clienti per due motivi:

  1. Il gergo informale di adesso è diverso da quello della gioventù degli anni ‘60-’70;
  2. L’etica professionale non prevede normalmente un registro colloquiale o informale coi clienti.

Ho potuto constatare che in italiano esistono vari registri linguistici, così come in francese. Avvocati, politici, medici adottano termini tecnici specifici delle rispettive occupazioni oltre a un atteggiamento e un registro formale consono. Anche in altre lingue è così, sebbene esistano differenze anche notevoli. per esempio: gli anglosassoni hanno abolito da tempo il “lei” o addirittura il “voi” utilizzando uno “you” generico che si può utilizzare a tutti i livelli. In Spagna, invece, pur esistendo forme rispettose come “usted” se ne è abolito l’uso, tant’è che addirittura a ll’università gli studenti si rivolgono ai professori dandogli del “tu”.

Sempre per esperienza personale ho capito che il cambio generazionale ha sconvolto – e sconvolge – le generazioni precedenti a livello globale: marocchini e tunisini si lamentano della poca creanza e della totale mancanza di rispetto e di princìpi dei propri figli e nipoti esattamente come i coetanei danesi o svedesi.

Chiedersi perchè è lecito, ma capire in fondo la complessità di questo cambiamento è veramente difficile. Non a caso esistono approfonditi studi universitari in campo sociologico, antropologico ed etnologico che analizzano cos’è realmente cambiato, guardando la situazione da moltissimi punti di vista, primi tra tutti il contesto storico, quello economico-sociale e quello psico-sociale. Anche la professione cool hunting di cui parlavo due anni fa (sempre in questo blog) è una di quelle professioni che prima non esistevano e che si basa esclusivamente sull’osservazione e l’analisi di quello che sta succedendo, di cosa va di moda, di cosa è “cool” riuscendo addirittura ad anticipare – o nei casi migliori a dettare – ciò che andrà di moda. Grosse aziende come Nike, Samsung, Red Bull, Heineken e molte altre hanno capito da tempo che il loro target stava cambiando e che avrebbero dovuto seguirlo adeguandosi al più presto. Ecco perchè si è diffusa a macchia d’olio questa “mania” del guerrilla marketing e dei viral ads.

Ma torniamo al gergo. Quello che mi interessa in questo post è analizzare – seppur in superficie – il linguaggio dei ggiòvani. Prima di tutto bisogna considerare le influenze linguistiche straniere: quante parole abbiamo adottato dall’inglese? E dal francese? Leggi il seguito di questo post »





Parla come mangi

24 08 2009

Quante lingue parli? Quanti idiomi conosciuti hai inserito nel CV? Quanta dimestichezza hai nel comunicare con gli altri?

Sebbene viviamo in tempi di consumo e comunicazione il problema del “farsi capire” rimane ancora uno scoglio ingombrante per molti. Personalmente l’ho imparato durante i viaggi di questi ultimi anni…e facendo parecchie domande ai malcapitati interlocuori con cui ho avuto il piacere di intrattenermi. Tra un pasto e qualche birra s’intende ;) Giá, perché capita sempre piú spesso di fare domande mirate e arrivare, a volte, al cuore di certe questioni centrali…come gli stereotipi ai quali ho dichiarato guerra molto tempo fa. Tuttavia devo ammettere che la questione politica, al di fuori di alcuni casi isolati, é sempre il biglietto da visita con cui, ormai, si attacca bottone o si allaccia una conversazione animata. Almeno cosí mi é sempre capitato nelle varie conversazioni con francesi, tedeschi, inglesi, neozelandesi, spagnoli, portoghesi, brasiliani, argentini, uruguaiani, colombiani, polacchi, israeliani, russi, ucraini, bulgari, nigeriani, tunisini, algerini, egiziani, angolani e almeno un’altra decina di stranieri di cui ora non ricordo la provenienza. Conversazioni molto meno “proficue” (ovvero dalle quali non ho imparato granché per una certa ignoranza o menefreghismo da parte dei miei interlocutori) le ho avute – ahimé – con americani, canadesi e australiani.

Input. Ultimamente ho visto il film “The Interpreter” di Sidney Pollack, in cui la protagonista (Nicole Kidman) é, appunto, un interprete simultanea proveniente dal Sudafrica che lavora presso le Nazioni Unite ed é specializzata il lingue africane. A quel punto ho cominciato a chiedermi quante lingue e quanti dialetti vengono parlati in Africa al giorno d’oggi. Tuttavia ho scoperto che il Ku (di cui si parla nella pelicola) non esiste, si tratta di una lingua creata appositamente per il film (come del resto anche la storia stessa é fittizia) basata sul Bantu. Ciononostante il film non é neanche male, suvvia.

Un altro stimolo per la questione delle lingue é stato il sito di Miss Universo. Aldilá del fatto che ci sono ragazze bellissime provenienti da tutto il mondo e che gli occhi vogliono la loro parte, ho potuto notare due cose distinte:

  • Nome
  • Paese di provenienza
  • Etá
  • Lingue parlate
  • I lineamenti delle concorrenti asiatiche sono effettivamente differenti: provate a confrontare il viso di una cinese, una giapponese, una vietnamita, una tailandese, una singaporese e cosí via. Non é porprio vero che “sono tutti uguali” e questo apre un discorso molto interessante da approfondire prossimamente nella mia rubrica “Stereotipi e pregiudizi” :)

Le lingue. Oggi peró la questione di cui vorrei parlare é un’altra: quante lingue si parlano nel mondo? O meglio: quante lingue ancora sopravvivono e vengono parlate? Citeró l’introduzione al libro “Alpi – Una grammatica del vedere ad alta quota” di Paolo Paci (Ed. Feltrinelli, 2003) che recita:

“Una lingua è un dialetto con un passaporto e un esercito.” Noam Chomsky

Esistono nel mondo 6700 lingue diverse. Ma nel momento in cui leggerete queste pagine il numero sarà già diminuito: infatti il 30 per cento delle lingue attualmente in uso è parlato da comunità di appena mille persone. In pratica, grossi condomini. Il 10 per cento può contare su un centinaio di parlanti e per una cinquantina di lingue sopravvive un solo parlante. Ci sono nonni, in Siberia, che per comunicare con il nipotino hanno bisogno di un traduttore simultaneo.
Lingue o dialetti? La domanda dal punto di vista scientifico è insignificante. Anzi, affermano i linguisti, esisterebbe una lingua (o dialetto, è uguale) per ognuno di noi. La distinzione tra lingue, per comodità, la facciamo quando le differenze sintattiche, fonetiche e lessicali iniziano a essere evidenti. Se nel dialetto lombardo di Parabiago e San Giorgio su Legnano, paesi che distano tra loro non più di cinque chilometri, la differenza si limita alla pronuncia della “a” più o meno aperta (indovinate come suona a Pârâbiâg?), tra Issime e Fontainemore, due villaggi nella Val di Gressoney che distano anch’essi cinque chilometri, c’è un vero abisso linguistico, storico, culturale. Quasi quanto tra Francia e Germania. Allora, quante lingue si parlano in Italia? […]“

Inoltre, apprendere nuove lingue non é certo un atto da burgeois annoiati, bensí una sorta di dovere per come la penso io. Non a caso l’Unione Europea caldeggia vivamente l’apprendimento di nuove lingue, ma non solo:

“L’Unione europea incoraggia attivamente i propri cittadini a imparare le altre lingue europee, sia per motivi di mobilità personale e professionale all’interno del mercato unico, sia come incentivo ai contatti interculturali e alla comprensione reciproca. L’Unione promuove anche l’uso delle lingue regionali o minoritarie, che non sono lingue ufficiali dell’UE ma sono parlate da non meno di 50 milioni di abitanti degli Stati membri e, come tali, fanno parte del nostro patrimonio culturale.
La capacità di capire e di comunicare in più lingue – che ormai rappresenta una realtà quotidiana per la maggioranza degli abitanti della terra – è un’abilità utilissima per tutti i cittadini europei. Imparare e parlare le lingue straniere ci aiuta ad aprirci agli altri, a culture e mentalità diverse; acuisce le capacità cognitive e rafforza la padronanza della lingua madre; infine, ci consente di mettere a frutto la libertà di lavorare o studiare all’estero.
Come emerge da un recente sondaggio Eurobarometro, la metà dei cittadini dell’Unione europea è in grado di tenere una conversazione in almeno una lingua diversa dalla propria lingua madre. Le percentuali variano da un paese all’altro e secondo le categorie sociali: il 99% dei lussemburghesi, il 93% dei lettoni e dei maltesi e il 90% dei lituani conoscono almeno una lingua straniera, mentre la maggioranza degli ungheresi (71%), dei cittadini britannici (70%) e della popolazione spagnola, italiana e portoghese (64% ciascuna) dominano solo la loro lingua madre. La conoscenza delle lingue straniere è più diffusa tra gli uomini, i giovani e gli abitanti delle città che non tra le donne, gli anziani e la popolazione rurale.”
(Fonte: Portale delle lingue d’Europa)

Ovviamente non ho potuto fare a meno di consultare my beloved Wikipedia e scoprire quanto segue: Leggi il seguito di questo post »





The word is “hack”

20 07 2009

Parola d’ordine: modificare.

Cambiare aspetto, intervenire creativamente sull’esistente e modificarne le proprietá estetiche, funzionali e/o comunicative. É il concetto su cui si basa anche il mio progetto S.p.A. (insieme a tanti altri che, per ora, mi guardo bene dal pubblicare poiché incompleti) e, secondo me, rispecchia anche l’atteggiamento creativo che meglio definisce la nostra generazione. Diciamo dai 20 ai 40, suvvia…

“Hack to pieces” si traduce “tagliare a pezzi” (Wordreference). “Hacker” viene tradotto in italiano col sostantivo negativizzante “pirata informatico” (Wordreference). Ecco perché quando si parla di hacking subito saltano in mente immagini di nerd informatici vestiti di nero, magari con la cresta, tatuaggi, piercing e innesti…teppisti, incivili, imbratta-muri, skater che vandalizzano i gradini e i marciapiedi della cittá, e cosí via. Sicuramente anche ragazzi che fanno (o hanno fatto) cose del genere sono parte di questa generazione ma bisogna anche considerare le cose dal lato evolutivo, ovvero ammettere che qualcosa é cambiato (ovviamente) e in meglio, aggiungo io. Ma non solo.

Giusto per piacere personale (e per tenere a portata di mouse i rispettivi link, NdR) scrivo questo post. E inoltre avverto la piacevole sensazione di fare parte di qualcosa di incredibilmente emozionante: la contemporaneitá. Niente inventori alla Leonardo Da Vinci, solo divertiti artisti e creativi che cercano di far passare un solo, semplice concetto a chi non lo é: usa la tua testa, non lasciarti comandare.

Vediamo un po’ come.

Il web che influenza la vita reale (e si appiccica)

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Tanti auguri “orma lunare” :)

20 07 2009

40 anni e un giorno fa bla, bla, bla…

Ma questa é l’immagine piú figa in assoluto di quel momento che, secondo il mockumentary Operazione Luna di William Karel (che mette su pellicola le decine di teorie “complottiste” a riguardo) sarebbe addirittura un falso e le cui immagini – divenute famosissime in tutto il mondo – sarebbero state realizzate in studio e riprese nientemeno che da Stanley Kubrick in persona. La sua esperienza di 2001 Odissea nello spazio lo avrebbe avvicinato alla Nasa e in cambio di questo favore, Kubrick avrebbe ottenuto un preziosa ricompensa, ovvero le lenti speciali con cui ha realizzato le immagini di Shining, Barry Lindon e altri. Il documentario si avvale della partecipazione della vedova del celebre regista, ma anche di personalità politiche e militai come Donald Rumsfeld o Henry Kissinger. Insomma, da vedere almeno per farsi un’ora e mezza di congetture e riflessioni su quello che ci propina “il potere”.

Ah, invece per vedere altri momenti storici riprodotti e “cristallizzati” coi sempre-meravigliosi Lego andate sul sito Classics in Lego su Fubiz.net.





TV musulmana online

25 05 2009

Sfogliando un numero vecchiotto de “La Repubblica delle Donne” (già dichiarato come il mio magazine preferito insieme ad Internazionale) imparo due cose molto interessanti che riguardano le donne e i media…in medio Oriente:





Stereotipi e pregiudizi parte 6: La sfiga

6 03 2009

Prima o poi un post su questo stereotipo bisognava che lo scrivessi pure io. E dire che di materiale interessante in giro per il web ce n’è parecchio…tuttavia questa storia della sfiga (formalmente “sfortuna” o “jella” in italiano) ha parecchie spiegazioni interessanti che, si capisce,  affondano le radici nella storia dell’uomo. Quando si parla di sfortuna si finisce sempre con lo schierarci o dalla parte dei superstiziosi o dei non-superstiziosi, sentendoci più intelligenti – quasi “superiori” – nel secondo caso. Il superstizioso viene considerato un po’ un credulone, concentrato sulle proprie fissazioni e stando attento a calcare il suolo col piede giusto di primo mattino o a buttarsi il sale dietro le spalle, una volta rovesciato per disgrazia. E i non-superstiziosi invece? A cosa crede chi non crede in nulla? Su cosa si concentra? Forse a scrivere post sulla sfiga…

Totò lo jettatore nellepisodio La patente in Così è la vita diretto da Luigi Zampa (1954)

Totò lo jettatore nell'episodio "La patente" in "Così è la vita" diretto da Luigi Zampa (1954)

Ma cominciamo con ordine. Il solito ordine sparso:

Le domande

  • Numeri: perchè il 17 porta sfiga in alcuni paesi, il 13 in altri? Perchè venerdì 17 viene considerato di male auspicio?
  • Cibo: perchè versare sale, pepe o olio porta sfortuna e versare il vino porta bene? Perchè l’aglio tiene lontano Dracula? Perchè le lenticchie a Capodanno sono di buon auspicio?
  • A tavola: Perchè non va bene incrociare le posate a tavola? Perchè mai, se cade una forchetta, vuol dire che un uomo verrà a far visita?
  • Fenomeni fisici: Perchè rompere uno specchio porta ben 7 anni di sfortuna (alla faccia…)? Perchè se ci fischia l’orecchio sinistro significa che qualcuno sta parlando/pensando male di noi e se ci fischia quello destro il suo contrario?
  • Gestualità: Fare le corna, toccare ferro, toccare legno, toccare…gli ammennicoli. Ma perchè?!?
  • Animali: Perchè il gatto nero che attraversa la strada da sinistra verso destra porta una sfiga tremenda?
  • Amuleti: Perchè, per difendersi dalla sfortuna, si usano oggetti bizzarri come corna, peperoncini, gobbetti, ferri di cavallo, trecce d’aglio oppure impietose zampine di coniglio o di lepre?

Alcune risposte
So bene che è improbabile riuscire a risalire alle origini delle superstizioni con certezza scientifica. Tuttavia è possibile azzardare qualche ipotesi logica e sensata, soddisfacente per chi non si ritiene superstizioso.

Diciassette. 17 o XVII anagrammato diventa VIXI, che in latino è un verbo al tempo perfetto e tradotto in italiano vuol dire vissi (cioè implica “adesso sono morto”). Il diluvio universale, secondo l’Antico Testamento, iniziò il 17° giorno del secondo mese (ma si concluse lo stesso giorno del settimo mese, quando Noé raggiunse l’Ararat.). Secondo Plutarco i pitagorici avevano orrore del numero 17, perché intermedio tra 16 e 18, gli unici due numeri che rappresentano contemporaneamente la superficie e il perimetro di uno stesso quadrilatero, essendo 16 = 4 × 4 e 18 = 3 × 6.

La fama iettatoria del numero 17 si sarebbe rafforzata, in epoca moderna, con la sfortunata vicenda del mancato re Luigi XVII che, in piena Rivoluzione francese, non salì mai al trono e morì in carcere, nel 1795 ammalato e moribondo, incarcerato nella prigione del Tempio, che peraltro fu in precedenza luogo sacro dei Templari. Quando poi, con la restaurazione della monarchia, diventò re lo zio, questi assunse prudentemente il nome di Luigi XVIII. Leggi il seguito di questo post »





San Valentino e la moda dei santi

14 02 2009

Non ne posso piú di scusarmi in continuazione per le mie assenze, peró devo ancora rimandare a qualche settimana il mio ritorno (quasi) quotidiano col mio blog. Tra tesi discusse e traslochi (ben 4 in 4 anni) non ho ancora assolutamente un posto fisso da cui scrivere con costanza. Pertanto…sorry everybody.

Ma si diceva: San Valentino. Giá.

Questo santo umbro, che visse circa 97 anni, era un impavido convertitore di pagani in una Roma avvelenata contro i cristiani. Morí, ahimé, decapitato da un soldato romano. A tutt’oggi le sue spoglie sono conservate nel ternano e in una chiesa di Savona.

“Questa festa venne istituita un paio di secoli dopo la morte di Valentino, nel 496, quando papa Gelasio I decise di sostituire alla festività pagana della fertilità (i lupercalia dedicati al dio Luperco) una ispirata al messaggio d’amore diffuso dall’opera di San Valentino. Tale festa ricorre annualmente il 14 febbraio ed oggi è conosciuta e festeggiata in tutto il mondo

La cosa piú interessante é che la cittá di Terni si attiva moltissimo nel mese di febbraio, proprio per commemorare questa festivitá, con parecchi appuntamenti culturali e di riflessione uniti a momenti di festa e celebrazione. Che bello, l’anno prossimo mi piacerebbe essere a Terni in questo periodo.

Eros il dio dell’amore. Ecco, ora vorrei sapere cosa c’entra il dio dell’amore. Cioé, é chiaro che si capisce la pertinenza, esattamente come si capisce quella del personaggio di Babbo Natale inventato dalla Coca Cola e al quale ci siamo tutti abituati.

Ma chi é che si é inventato Eros come simbolo (logo) ufficiale per la festa di San Valentino? Chi sará quel genio? Certo che non si tratta di una colpa “commerciale” (anche se i bacetti Perugina basano il loro successo su ricorrenze come questa fin dagli anni ‘50) ho spulciato qualche notizia qua e lá, affiancandole alle notizie di Wikipedia:

“Il tentativo della Chiesa cattolica di porre termine ad un popolare rito pagano (per la fertilità), è l’ origine di questa festa degli innamorati.
Fin dal quarto secolo A. C. i romani pagani rendevano omaggio, con un singolare rito annuale, al dio Lupercus. I nomi delle donne e degli uomini che adoravano questo Dio venivano messi in un’urna e opportunamente mescolati. Leggi il seguito di questo post »





Stereotipi e pregiudizi parte 5: all’insegna dell’equilibrio culturale

12 01 2009

stereotipi_e_pregiudizi

Che poi non si é ancora capito bene cosa sia quest’equilibrio. Cerco-un-centro-di-gravitá-permanente. Io non sono mica poi tanto d’accordo col Battiato…

Ma partiamo dall’inizio, tipo: che lingua si parla in Spagna? Lo spagnolo? Formalmente sí, nella pratica no visto che per lengua española ci si riferisce alla grammatica del castellano…ma che dire del catalano, del valenciano, del gallego, del basco e di quell’altra manciata di vere e proprie lingue (guai a chiamarle dialetti onde rischiare veri e propri incidenti diplomatici) che si parlano di regione in regione, difese con quell’orgoglio che da noi in Italia rimane solo ai sardi (al sud) e ai fautori del ladino, al nord…e a pochi altri.

Los idiomas de España

Los idiomas de España

E l’italiano? Non é forse il volgare che si parlava nella regione Toscana e reso immortale dai versi di Dante e Petrarca? E che ne rimane di tutti gli altri dialetti regionali che, a occhiometro, saranno almeno un paio di centinaia? Per noi italiani é tutto piuttosto normale, la sappiamo bene questa cosa dei dialetti…sebbene raramente riusciamo a distinguere una parlata molisana stretta da una variante campana, una parlata in dialetto abruzzese di Pescara dalla sua variante de L’Aquila e così via. Noi romagnoli, che stiamo cosí simpatici (piú o meno) a tutti gli altri italiani, veniamo fin troppo spesso imitati con l’accento “alla bolognese”…che suona altrettanto diverso dall’accento modenese, reggiano e parmense per giunta! Valentino Rossi é di Tavullia, quindi geograficamente é marchigiano, ma parla con un’accento assolutamente romagnolo (mezzo riminese e riccionese per precisione). Ma…vallo a dire a un americano…gli americani pensano che l’italiano sia quel pastrocchio di siculo-inglese che s’ode a pezzi ne “Il Padrino”…!?!?…I’m not jocking people. Leggi il seguito di questo post »





Natale scialbetto

24 12 2008

Basta. Ogni anno è la solita storia. Ogni anno non ce n’è uno che dica “che bello, viene il Natale”…non avrebbe neanche più senso fare finta ormai. Il Natale come tradizione non lo viviamo più come una volta. Tutti a lamentarsi del fatto che, tanto, “non nevica più, piove, c’è la nebbia, c’è la recessione…di questi tempi…”. Io la penso uguale, sia chiaro, ma almeno quest’anno ho evitato i commenti. Non ho fiatato. Ho solo accettato questa nostra condizione attuale, passeggera speriamo, senza esprimermi. E posso dire “non è poi così male”.

Perchè anche a me piacerebbe ritornare – come un tempo, ma per altri motivi – a dare un significato a questi giorni di ferie, che non dovrebbero essere per forza legati a miti e storie religiose (passatemi l’espressione suvvia) per giustificare l’essere “più buoni” ma che portino, invece,  una ventata di sano realismo, serenità e addirittura allegria, che ce lo meritiamo. E il tutto per farci vivere con la stessa consapevolezza di oggi (che, cioè, nessuno ci regalerà mai niente per niente, e non mi riferisco ai regali di natale) ma con più entusiasmo e ottimismo.

Un anno fa scrissi un post sulle origini di Babbo Natale (“Babbo puzzle”). Vi invito a leggerlo se siete curiosi.

Natale scialbetto, post riciclato…di questi tempi va di moda l’impatto ambientale, suvvia ;)

Buone feste e buon entusiamo per la vita. :)





I gesti e le espressioni -__-

10 12 2008

Capita di chiedersi che significato abbiano certi gesti che facciamo…per esempio il gesticolare degli italiani: sapete, vero, che gli stranieri non ci capiscono per nulla mentre parliamo tra di noi in fretta accompagnando intercalari e sensi del discorso con aperture dei palmi, strizzate di occhi, roteazioni dei polsi, imitazioni ed altro…? Cioé, capiscono che tra di noi ci capiamo e questo li fa sorridere…ma non danno alcun senso ai nostri gesti. Ok, fin qua niente di nuovo…d’altronde c’é una minoranza di stranieri appassionati del’Italia che si sono organizzati e aggiornano i corsi di italiano con lezioni sui gesti “all’italiana” (date un’occhiata a questo sito per stranieri).

Ma é cosí facile spiegarsi certe espressioni del viso? Tipo, ridere: ha lo stesso significato sociale dappertutto nel mondo? Oppure ci sono ancora luoghi in cui gli uomini non devono ridere mai mentre alle donne é concesso? Personalmente non lo so, non sono un antropologo né tantomeno un sociologo, peró sono veramente curioso di approfondire questa curiositá.

Intanto, nell’attesa che qualcuno lá fuori mi chiarisca le idee o mi illumini con qualche titolo di libro interessante (o qualche link, meglio ancora), ho trovato questo articolo…conservato per un po’ tra i miei “Preferiti > da postare”. ;-)

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ABC3D

5 12 2008

É proprio impossibile non esaltarmi per questo libro…13 dollari e 57 centesimi su Amazon ;-)





The etymologist | rubrica aperiodica (Nerd & Co.)

3 08 2008

Cos’hanno in comune Bill Gates, Milhouse Van Houten e Steve Urkel? A parte essere tutti di origini americane ed essere comparsi per diversi motivi in TV (l’ormai ex-presidente della Microsoft, il migliore amico di Bart Simpson e l’insopportabile vicino pasticcione del serial “Otto sotto un tetto”), la risposta esatta è: sono dei nerd.

Bene. Ma cos’è un nerd?

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L’etimologo|rubrica aperiodica

23 07 2008

Tempo d’estate, di sole, abbronzatura, parole crociate, letture…quando non lavoro. E meno rete, meno blog e meno RSS per me, almeno in questo periodo. Si capisce direi ;-)

Ciononostante sfogliavo oggi a pranzo la mia vecchia grammatica delle scuole superiori (gran libro a mio avviso, sul serio) e…ecco cos’ho trovato:

Da Arimino a Rimini
A proposito di elisione, oggi noi chiamiamo il fiume che bagna Faenza il Lamone. Nelle vecchie carte geografiche, però, si legge ancora l’Amone, Fiume Amone. Per un fenomeno piuttosto raro, ma curioso, è caduto l’apostrofo, scomparsa l’elisione e l’articolo si è attaccato alla parola a cui si accompagnava. Hanno subíto lo stesso fenomeno altri vocaboli come lastrico, che avrebbe dovuto essere l’Astrico (da astracum=coccio); così  il Dio ha dato origine a Iddio.

Al contrario, l’abadessa è diventato la badessa, l’ottone viene da il lottone, la lesina da l’alesina, la rena da l’arena, l’usignolo da il lusignolo, la Puglia da l’Apuglia, la guglia da l’aguglia eccetera. Così da un narancio è venuto un arancio, da ad Arimino (da Ariminum) è venuto a Rimini eccetera.

(cit. “Grammatica Italiana”, Giuseppe Pittàno, Ed. scolastiche Bruno Mondadori, Milano 1993; “Per saperne di più” pag. 141)

Viva la lingua italiana. Anzi, viva la comunicazione corretta. C s bekka regaz! ;-)





The etymologist | rubrica aperiodica (Shokuiku)

15 07 2008

Etimologo

Secondo i dati del 2005 relativi alla percentuale di obesità mondiale gli americani, i messicani e i britannici occupano rispettivamente i primi tre posti sul podio. Gli italiani, con la loro “dieta mediterranea” occupano il venticinquesimo posto, dietro a spagnoli, irlandesi, tedeschi, francesi, olandesi, svedesi e austriaci. È uno dei pochissimi risultati positivi che riguardano l’Italia nel mondo. D’altronde lo sapevamo già…che ci lascino almeno il primato della buona (e sana) tavola, suvvia. Agli ultimi due posti di questa classifica (29 paesi in tutto) compaiono Giappone e Corea del Sud, entrambe con un bassissimo 3,2% sull’incidenza mondiale. Questo vuol dire che la loro dieta a base di riso, verdure e pesce -molto spesso- crudo risulta essere quella più salutare se paragonata alle cattive abitudini alimentari occidentali (molta carne, farinacei e olio cotto). Tuttavia leggevo che anche in Asia le cose stanno cambiando notevolmente: la cultura occidentale è approdata in Giappone da almeno un ventennio, ha ipnotizzato le nuove generazioni e ha portato chiaramente grossi scossoni alla tradizione, sia dal punto di vista culturale, sia da quello economico fino a quello alimentare. Anche in Giappone il fenomeno del junk-food è andato diffondendosi sempre più, però la reazione generale non si è fermata alle lamentele da bar.

Shokuiku. La parola Shokuiku può essere parzialmente tradotta con educazione alimentare ma si tratta di un concetto leggermente più raffinato: si tratta di un processo mentale che invita a riesaminare le proprie abitudini alimentari e che si basa sulla filosofia “sei ciò che mangi”. In questo modo la cultura giapponese ha cercato di reagire al dilagare dell’alimentazione pericolosa tra i giovani insegnando loro l’importanza di una scelta consapevole del cibo e di un accurato processo di trasformazione in fase di cottura. In questo modo i bambini cresceranno sapendo come vivere sani, sia mentalmente che fisicamente.

E noi, quindi? Siamo tutti ciccia e brufoli? ;-)

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