Per chi votano gli immigrati?

28 09 2009

Sapete già che non parlo di politica nel mio blog, ma non è possibile – per nessun cittadino italiano ancora provvisto di etica e qualche principio civico – astenersi dal 1. interessarsi, 2. conoscere, 3. avere idee proprie sulla situazione politica italiana contemporanea.

Il primo ministro. Tutti ne parlano, tutti lo conoscono, tutti (all’estero) mi chiedono se è veramente possibile. Cosa? Non certo che un politico del genere esista (la malapolitica è internazionale, sebbene lui non lo batta più nessuno), bensì che il popolo italiano sopporti, che non sappia/possa/voglia fare nulla.

Eh, già.

By the way. Comunque non tutti gli stranieri sono così scandalizzati, anzi: avete presente Videocracy? Io no, visto che non l’ho ancora visto (ma conosco Erik Gandini per “Surplus”) ma pare abbia fatto veramente il “colpaccio”, ovvero sale piene sia in Svezia che in Italia. Risultato? Fonti attendibili dichiarano che “Silvio Berlusconi è il nuovo idolo dei figli di papà attempati di Stureplan”. Leggete questo interessante articolo di Cecilia Schwartz (“Silvio Berlusconi är de bedagade Stureplansbratsens nya idol”) per farvi un’idea.

Gli immigrati. E gli immigrati in Italia? Per chi votano? Questa interessante domanda trova subito risposta in quest’altro articolo che leggevo oggi su Internazionale. Lo riporto per intero perchè vale la pena spendere qualche commento a riguardo, ovvero sul punto di vista degli altri.

Se la sinistra non si sveglia

Io voto Fini. Gianfranco Fini. Perché non posso votare Silvio Berlusconi. Perché non riesco a pensare di dover votare Franceschini. Perché non conosco bene Bersani. Credo che sia importante farci questa domanda. Per chi votano gli immigrati? Per chi votano i neri, i marocchini, gli albanesi, i romeni o le badanti?

Qualche volta, se penso alla risposta, sono spaventato. Molti dei protagonisti della rubrica di Internazionale “Volti nuovi” voterebbero per Berlusconi. Quasi tutti i miei amici africani parlano bene di Fini. Sembra il messia. Sanno tutti i suoi discorsi. Lo sentono dire che l’Italia è già multiculturale e che bisogna dare la cittadinanza ai figli degli immigrati.

Prodi è il politico meno amato perché non ha fatto niente per migliorare la situazione degli stranieri. Bossi è “matto”, e non dobbiamo tenere conto di quello che dice. Berlusconi, invece, è un self made man. Partito dal nulla, è diventato un uomo ricco e un politico potente. Yes, we can. Quindi, anche per noi sfigati immigrati, si può fare. Allora se devo votare, voto Fini e/o Berlusconi.

A sinistra parlano troppo. Chi ha sentito Franceschini fare proposte concrete? E Bersani? Cosa vogliono fare per l’immigrazione? Da uno a dieci, quanto ci considerano importanti? Per le primarie del Partito democratico siamo sempre stati chiamati a votare. E ne siamo contenti: almeno pensano anche a noi. Ma poi, niente. È finita. Grazie fratelli, non ci servite più. È un’ipocrisia e ce ne siamo resi conto.

Quando passerà la legge sul voto amministrativo degli immigrati, voteranno quasi tutti per il centrodestra. A meno che la sinistra non si svegli prima.

Cléophas Adrien Dioma è nato in Burkina Faso e vive in Italia da dieci anni. Articolo pubblicato il 24 settembre 2009 su Internazionale.

Per approfondire, ovvero sapere quante centinaia di partiti, super-partiti, micro-partiti, partitucoli esistono in Italia basta sbirciare su Wikipedia, a questa pagina.

Ora però non venite a chiedermi per chi voto io. L’importante al giorno d’oggi – ahimè – è sapere per chi non votare.





Cosa c’é in una tazzina di caffé

24 09 2009

É giá qualche anno che scrivo su questo blog e da subito ho utilizzato il mio logotipo come marchio di fabbrica. Tuttavia non ho mai spiegato le ragioni per cui l’ho reso mio (ce l’ho anche tatuato…sí lo so, é da fanatici ma come faccio a spiegare sempre a tutti che volevo coprire uno sgorbietto ben peggiore che mi ero tatuato da solo a 15 anni…) e il ragionamento che c’é dietro.

Premessa. Dunque, prima di buttarmi a disegnare loghi su loghi mi sono chiarito le idee:

  1. Volevo un logo chiaro, semplice e ben leggibile. Una di quelle immagini che capisci subito cos’é e se anche non ti ricordi il nome ad esso attribuito ti resta in mente il simbolo ad esso collegato (cara vecchia semantica…);
  2. Il logo doveva collegarsi rapidamente al nome, che al tempo stesso doveva essere semplice, (quasi) giá sentito e quindi piú facilmente ricordabile;

Sviluppo. Siccome ho sempre amato i pittogrammi di Otl Aicher non potevo che fare riferimento alla chiarezza segnica dei cartelli stradali (che tuttora mi affascinano enormemente). Inoltre volevo assolutamente creare qualcosa di mio, di personale, che avrei potuto ricondurre esclusivamente a me e alle mie radici…sebbene non volessi usare il semplice Nome+Cognome. Non cosí chiaramente almeno. Ecco perché ho pensato di ricavare un nome accattivante che deriva da un anagramma:

Alex Rivoli = R elAx

“Relax” é una parola straniera largamente diffusa non solo in italiano ma in moltissime altre lingue, per cui l’ho scelto per il suo carattere di internazionalitá (come me) e per la facile memorabilitá.

La tazzina. Perché la tazzina? Perché la pausa caffé é un’abitudine squisitamente italiana, e consiste in 5/10 minuti di pausa tra un lavoro e l’altro. Un’aromatica pausa/distacco in cui concedersi qualche istante di relax, per poi riprendere il lavoro. Non so, c’é molto di mio in questo concetto…

Il caffé. Perché la tazzina di caffé (e non di té)? Perché quando si parla di “qualitá del caffé” la miscela brasiliana, assieme a quella araba o sudamericana in generale, é quella considerata “per eccellenza”. E visto che sono sia italiano che brasiliano…;)

Ora che vi ho spiegato le origini del mio logo/logotipo é interessante parlare – nel concreto – di cosa ci sia dentro una singola tazzina di caffé, oltre a tanto sapore, tanta caffeina e – dopo lungo uso – tanto stress. Altro che “relax” ;)

“Per cosa il mondo spende 90 miliardi di dollari all’anno? Per una tossina vegetale nata come antibatterico che ha poteri stimolanti sugli esseri umani poiché blocca i nostri neurorecettori per l’adenosina, un composto che serve per addormentarci. Il caffè, in parole povere. Ma cosa c’è esattamente in una tazzina di caffè? Ce lo spiega la rivista WIRED.

  • Acqua – Una tazzina è costituita al 98,75% di acqua. Inoltre la caffeina è un diuretico, per cui i bevitori di caffè – soprattutto i neofiti – corrono spesso al bagno.
  • Etilfenoli – Gli scarafaggi li utilizzano come segnali chimici di pericolo. Noi li beviamo nel caffè.
  • Acido quinico – Conferisce al caffè il suo caratteristico, irresistibile aroma. Una curiosità: è tra i composti chimici dai quali viene sintetizzato il farmaco Tamiflu.
  • 3,5 Acido dicaffeoilquinico – Un antiossidante dall’effetto benefico sul nostro organismo.
  • Dimetil-disulfide – Un prodotto della tostatura del caffè verde. È uno dei composti che dà alle feci umane il loro caratteristico odore, tra l’altro.
  • Acetilmetilcarbinolo – Un liquido giallo infiammabile presente anche nel burro e usato come aroma artificiale nei pop-corn.
  • Putrescina – Vi siete mai chiesti cosa dà alla carne marcia il suo mefitico odore? Eccola. E c’è anche nel vostro espresso.
  • Trigonellina – Dona al caffè il suo sapore e uccide i batteri Streptococcus mutans, responsabili della carie.
  • Niacina – Ovvero vitamina B3, senza la quale vi amamlereste di pellagra.”

Fonte: di Justo P . What’s Inside a Cup of Coffee? WIRED 22/09/09.

Tratto da “Ma cosa diavolo c’è in una tazzina di caffè?” di David Frati su Yahoo! Italia Notizie





Chi ha detto crisi?

28 07 2009

Girovagando qua e lá por las calles de Valencia es bastante comune leggere carteles e anúncios que dicen “Precios anti-crisis” o “Menú anti-crisis”…ma credo che sia diventata una cosa abbastanza normale per i commercianti di tutto il mondo.

Ogni tanto dare un’occhiata all’etimologia dei vocaboli puó essere di notevole utilitá. “Crisi” deriva dal latino crisis, che a sua volta deriva dal greco κρίνειν (krinein), “giudicare” inteso come “decidere”. Sembrerebbe che questa crisi sia in qualche modo connessa a una decisione…oppure a un giudizio. Ovviamente sto avanzando interpretazioni sociologiche da bar piú che da vero etimologo, e me ne scuso. Ma neanche piú di tanto.

Il problema qui non é capire le cause, ma gestire gli effetti.

E l’effetto della crisi – economica, politica, finanziaria, immobiliare, edilizia che sia – si sta facendo sentire dappertutto, é innegabile. Negli Stati Uniti ci sono casi inimmaginabili: chi aveva case e proprietá si é trovato di punto in bianco senza piú nulla, costretto a vivere per strada. Nuovi clochards, insomma.

Il settimanale americano The Nation, spinto e aiutato dall’organizzazione di giustizia sociale di New York, ha pubblicato un insolito decalogo delle cose da fare e sapere per affrontare al meglio la (nuova) vita di strada. Vediamo un po’:

  1. Preparati ad essere incolpato per la tua situazione, non importa quanto tu l’abbia sotto controllo. Pensa a come sfatare i falsi miti. Non accumulare  insulti o compatimenti. Metti da parte l’orgoglio, ma difendi la tua dignitá. Be prepared to be blamed for your circumstances, no matter how much they may be beyond your control. Think of ways to disabuse the public of common misconceptions. Don’t internalize cruelty or condescension. Let go of your pride–but hold on to your dignity.
  2. Non esistono spazi privati in cui ritirarsi. Sei sotto agli occhi di tutti 24 ore su 24. Impara a viaggiare leggero: metti le tue cose preziose al sicuro e porta con te solo ció che ti serve realmente, ovvero i documenti, i tesserini per accedere ai vari servizi pubblici, una penna e cosí via. Puoi controllare la mail in biblioteca, affittare una casella postale per una somma modesta oppure usufruire delle consegne generali (?) gratuitamente. There is no private space to which you may retreat. You are on display 24/7. Learn to travel light. Store valuables in a safe place, only carrying around what you really need: ID and documents for accessing services, a pen, etc. You can check e-mail and read at the library. You can get a post office box for a fee or use general delivery (free).
  3. Informati dove sono i bagni pubblici migliori, dove non sarai costretto a fare le cose in fretta, molestato o mandato via. Trova quelli piú puliti, dove sia possibile appoggiare le tue cose per terra,  le cui cabine siano grandi a sufficienza per cambiarti e dove ci sia acqua calda per lavarti. Se ti trovi a New York cittá clicca sul link che segue.  Learn the best bathroom options, where you won’t be rushed, turned away or harassed. Find restrooms where it’s clean enough to put your stuff down, the stalls are big enough to change in and there’s hot water so you can wash up. If you’re in New York City go to Restrooms in New York.
  4. É difficile sapere quando, dove e cosa mangiare quindi appuntati i menu e le offerte delle mense.  Porta con te frutta secca, burro d’arachidi o altri alimenti molto proteici. Clicca nel collegamento che segue per un elenco delle mense suddiviso per stati (americani). It’s difficult to have much control over when, where and what you eat, so learn soup kitchen schedules and menus. Carry with you nuts, peanut butter or other foods high in protein. Click here to find a list of soup kitchens by state.
  5. Cibo e vestiario sono piú semplici da trovare rispetto a un posto sicuro per dormire. Uno dei primi problemi del vagabondaggio é il furto durante il sonno (traduzione incerta). Porta sempre con te una coperta. Quando possibile, cerca di dormire in gruppi dai turni alternati, in modo che ognuno possa vigilare sugli altri, dando la precedenza alle necessitá dei bambini rispetto agli adulti. Food and clothing are easier to find than a safe place to sleep–the first truth of homelessness is sleep deprivation. Always have a blanket. Whenever possible, sleep in groups with staggered schedules, so you can look out for one another, prioritizing children’s needs over those of adults. Leggi il seguito di questo post »




Si stava meglio quando si stava peggio

17 07 2009

STATI UNITI | 10 luglio 2009

Quelli che rimpiangono George W. Bush

Ogni evento internazionale conferma il fascino che Barack Obama esercita su capi di stato e di governo di mezzo mondo, che non vedono l’ora di stringergli la mano o farsi fotografare con lui. Ma secondo Foreign Policy ce ne sono cinque che, in maniera più o meno esplicita, rimpiangono George W. Bush.

Il primo di questi sarebbe Silvio Berlusconi, definito nel 2008 da Time come “l’ultimo migliore amico rimasto a Bush”. Anche se Berlusconi ha speso parole di elogio nei confronti nel nuovo presidente, i loro rapporti non sarebbero idilliaci. Obama guarda con fastidio alla “vicinanza del primo ministro italiano con Vladimir Putin e il dittatore libico Gheddafi”, mentre il governo italiano non vede di buon occhio il proposito di Obama di allargare il G8, dato che “il prestigio internazionale dell’Italia dipende molto dalla sua presenza in quell’organismo esclusivo”. Leggi il seguito di questo post »





I gesti e le espressioni -__-

10 12 2008

Capita di chiedersi che significato abbiano certi gesti che facciamo…per esempio il gesticolare degli italiani: sapete, vero, che gli stranieri non ci capiscono per nulla mentre parliamo tra di noi in fretta accompagnando intercalari e sensi del discorso con aperture dei palmi, strizzate di occhi, roteazioni dei polsi, imitazioni ed altro…? Cioé, capiscono che tra di noi ci capiamo e questo li fa sorridere…ma non danno alcun senso ai nostri gesti. Ok, fin qua niente di nuovo…d’altronde c’é una minoranza di stranieri appassionati del’Italia che si sono organizzati e aggiornano i corsi di italiano con lezioni sui gesti “all’italiana” (date un’occhiata a questo sito per stranieri).

Ma é cosí facile spiegarsi certe espressioni del viso? Tipo, ridere: ha lo stesso significato sociale dappertutto nel mondo? Oppure ci sono ancora luoghi in cui gli uomini non devono ridere mai mentre alle donne é concesso? Personalmente non lo so, non sono un antropologo né tantomeno un sociologo, peró sono veramente curioso di approfondire questa curiositá.

Intanto, nell’attesa che qualcuno lá fuori mi chiarisca le idee o mi illumini con qualche titolo di libro interessante (o qualche link, meglio ancora), ho trovato questo articolo…conservato per un po’ tra i miei “Preferiti > da postare”. ;-)

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La cyber-zappa sui piedi

6 12 2008

“E’ stato un attentato che ha catturato l’attenzione del mondo, quello recentemente avvenuto in India, e che ha riportato un tragico bilancio in termini di vittime. Non tutti sanno però che, secondo la polizia indiana, i terroristi avrebbero utilizzato Google Earth per pianificare gli attacchi. Il dettaglio è emerso durante le successive indagini sul caso, nonché nel corso degli interrogatori ai terroristi sopravvissuti. Si è venuto inoltre a sapere che gli attentatori sono stati a lungo addestrati con l’uso di tecnologie come telefoni satellitari e GPS.

Non è la prima volta che Google Earth, il servizio che fornisce mappe dettagliate dell’intero globo, finisce al centro di polemiche legate alla sicurezza. La stessa India, tramite il suo ex presidente Abdul Kalam, già nel 2005 aveva sollevato delle critiche, per la presenza di dettagliate mappe del paese, facilmente accessibili da gruppi terroristici. L’agenzia di sicurezza indiana, inoltre, ha fatto presente che Google Earth riporta ben visibili infrastrutture legate alla difesa del paese, e altre installazioni sensibili; già altre nazioni, come la Cina, avevano espresso perplessità per ragioni simili.

C’è da dire però che, nel caso del recente attentato, nessun luogo colpito rientrava nelle suddette categorie, e che le stesse informazioni, almeno in questo caso, si sarebbero potute reperire anche da una normale mappa turistica. In ogni caso, le critiche a questo servizio fino ad oggi non sono state poche, ed è probabile che il recente eccidio possa rimettere in discussione la portata del suo utilizzo.”

Scritto da Lorenzo Motti (3/12/2008) cit.

…e quindi? Chi aveva ragione? Chi se ne esce fuori adesso, dopo tanti anni di silenzio forzato, dicendo “Lo sapevo io che queste nuove tecnologie…!” non aspettando altro che l’occasione buona – come questa di Mumbai – per prendere la parola oppure quelli che, consapevolmente, hanno reso pubbliche queste nuove possibilitá di informazione (Google, Google Maps, Google Earth), di conoscenza (Wikipedia), di comunicazione gratuita (Skype) e sociale (Facebook), di pubblica condivisione (FlickR, YouTube) e di intrattenimento (LastFM e i Podcast su iTunes) ben sapendo che ogni innovazione nasconde l’altra faccia della medaglia?

Il teologo anglicano Richard Hooker diceva:

I cambiamenti non avvengono mai senza qualche inconveniente, anche quando si cambia dal male al bene.”

E il nostro Manzoni invece:

“Non sempre ció che viene dopo é progresso”

Che ne dite? Io, invece, preferisco il caro vecchio Hugo:

“Osare: il progresso si ottiene solo cosí”






Back to my blog

21 10 2008

Apologia. Dopo 2 mesi d’assenza forse è meglio rifarsi vivi sul mio blog…amici e conoscenti mi hanno ripetutamente fatto notare “non aggiorni più il blog da molto tempo ormai!” ed effettivamente mentirei  se dicessi il contrario. Tuttavia ho i miei impegni da assolvere (non ultimo il lavoro e la tesi imminente) e occuparmi del blog è veramente un lavoro – non retribuito – che mi toglie parecchio tempo. Già, questo è il problema dei web-bloggers in generale e non voglio certo portare la mia esperienza come esempio su tutti…comunque ;-) visto che non ho certo intenzione di “mollare” il blog ma neanche così più così tanto tempo come ad inizio estate, è giunto il momento di fare qualcosa!

Considerazioni. Devo dire che il post sul daltonismo ha continuato ad andare forte; così come “Il caso Algida” e i soliti altri post best-read…ma intanto ci sono un sacco di altre cose interessanti da leggere e di cui discutere. Non ultimo, se seguite appassionatamente la sfida Obama-McCain vi consiglio di consultare il sito Everymomentnow.com che, come s’intuisce dal nome, segue passo per passo, giorno per giorno il confronto tra i due in base ai numeri e non alle voci…molto interessante, dategli on’occhiata:

Non ci sono più gli uomini di una volta. Per chi non lo sapesse sono un lettore (piuttosto affezionato) di Internazionale. Recentemente ho trovato quest’articolo della scrittrice croata Milana Runjic, che riporto interamente di seguito, il quale funziona perfettamente come “starter” per la discussione: era meglio l’uomo d’un tempo (“l’omo ha ‘dda puzzà”; “padre-padrone” e maschilista) o il new-fashion-victim, l’androgino metro-sexual tutto intelletto e sensibilità artistica? A voi i commenti:

Tokyo Hotel

Cara Milana, perché le ragazze impazziscono per il look androgino dei Tokyo Hotel?

Non ho mai sentito parlare dei Tokyo Hotel. A me piacciono le band del passato come i Led Zeppelin, i Doors e i Rolling Stones, dove nessuno aveva l’aspetto effeminato. Gli uomini dall’aspetto androgino sono un problema recente. Forse a un certo punto hanno scoperto che potevano essere un po’ più simili alle donne o agli angeli.

O forse tutto è cominciato con il femminismo, che ha impedito ai vecchi classici uomini di comportarsi con arroganza e insistenza, com’erano abituati a fare. E non hanno più potuto tenere le loro donne chiuse in casa a fare le casalinghe o le amanti. Quel tipo di uomo ha dovuto fare posto a una specie più evoluta, che presenta alcune caratteristiche femminili per adeguarsi meglio a un nuovo gruppo di donne-amazzoni (predatrici). Il passaggio dal macho a una creatura androgina è quindi assodato, e il fenomeno dei metrosessuali (gli uomini che si preoccupano del loro aspetto più delle donne ) è ormai molto diffuso.

In Croazia, gli uomini usano più creme idratanti e profumi delle donne. Una cosa irritante, che mi porta a fantasticare su un tipo di uomo ormai estinto. Quello che pretende di pranzare sempre alla stessa ora, e che non se ne va impaurito se entro in camera da letto. Con un uomo del genere si sopravvivrebbe più facilmente.

Internazionale 766, 16 ottobre 2008

link articolo





FS: Fatica Sprecata

4 08 2008

Avviso: questo post è lungo! Per una proficua lettura consiglio di…prendertela con calma ;-)

Il titolo di questo post è volutamente impreciso, visto che stavolta parliamo di Trenitalia. Ta-daaa! ;-)

Parte 1- Chi.

Trenitalia S.p.A. (in origine ITF-Italiana Trasporti Ferroviaria) è la principale società italiana per la gestione del trasporto ferroviario di passeggeri e merci. Facente parte del Gruppo Ferrovie dello Stato S.p.A. è nata il 1° giugno 2000 per scorporo dalla vecchia FS S.p.A. in seguito alla direttiva europea che prevedeva la separazione tra imprese che operano come vettori e gestori delle reti infrastrutturali (in questo caso RFI S.p.A.) in modo da aprire il mercato alla libera concorrenza tra le aziende che si occupano del traffico.” (Trenitalia SpA – Wikipedia; ITA)

Parte 2 – Cosa.

Cosa faccia (o meglio: non faccia) Trenitalia di male è piuttosto semplice da riassumere, più difficile da accettare. Credo che chiunque abbia mai fatto uso dei (dis)servizi di questa azienda abbia esperito almeno una volta un ritardo oppure abbia constatato la scarsa qualità dei servizi associati a prezzi piuttosto cari (soprattutto se paragonati alla media europea) o la totale mancanza di sconti per studenti…particolare non secondario in un paese che dovrebbe essere in linea col resto dell’Europa. Sentivo dire (ma sono solo chiacchiere da bar) che il problema principale del nostro servizio nazionale sono gli spazi: ci sono poche rotaie e molti tratti in Italia devono essere percorsi inevitabilmente alla velocità di un treno alla volta, imponendo le soste forzate solo a certi treni strategici…guardacaso quelli dei pendolari, che risultano essere – va da se – i clienti più stanchi, esausti e umiliati. Altre voci di corridoio lanciano il proprio j’accuse sul sistema organizzativo: siccome l’impianto informatico sarebbe completamente in mano alla IBM (e ai suoi tecnici) si lascia intendere che sia sua la colpa del calcolo degli inverosimili tempi di percorrenza (che viene espresso in linea teorica, cioè senza alcun guasto tecnico, giusto per puntualizzare) e che la sua filosofia aziendale (“preferiamo la soluzione economicamente più vantaggiosa a quella semplice e funzionale”) abbia conquistato quelli di Trenitalia. Tutte voci, insomma.

Parte 3 – …Come ?!?

Non molto tempo fa ho acquistato un vero e proprio cimelio storico che riporta interessantissime notizie dai lontani anni ‘60. Titolo dell’opera è “Il Leonardo – Almanacco di educazione popolare, 1966″ (XV edizione) edito dall’Ente Nazionale Biblioteche Popolari e Scolastiche di Roma e distribuito gratuitamente presso tutte le scuole popolari, i centri lettura e i corsi per adulti del tempo. Alle pagine 313-314-315 e 316 sono riportate diverse informazioni:

  • Prezzi per viaggi di corsa semplice secondo le varie tariffe vigenti; ne esistevano diverse:
  • Tariffa n.1 (Ordinaria);
  • Tariffa n.3 (riduzione al 20%);
  • Tariffa n.4 (riduzione al 30%);
  • Tariffa n.22 (Abbonamento mensile ridotto per impiegati dello Stato, ragazzi e studenti);
  • Tariffa n.23 (Abbonamento settimanale e festivo per impiegati, operai e braccianti);
  • Tariffa n.51 (riduzione al 44%).
  • Elenco dei Viaggi con riduzione sulle Ferrovie dello Stato:
  1. Biglietti A/R ordinari;
  2. Biglietti A/R festivi;
  3. Biglietti A/R per Fiere e mercati;
  4. Biglietti A/R per manifestazioni;
  5. Viaggi in comitiva;
  6. Viaggi ad itinerario circolare;
  7. Biglietti turistici di libera circolazione;
  8. Famiglie viaggianti in gruppo;
  9. Tessere per l’acquisto di biglietti con la riduzione del 40%;
  10. Abbonamenti ordinari;
  11. Abbonamenti per 6 giorni.

Nota 0: Ho visto che su E-bay una copia de Il Leonardo identica alla mia viene venduta a ben 50 €. Wow, potrei farci un business ;-)

Parte 4 – Facciamoci del male.

Analizziamo quest’interessante Tariffa n.22 risalente al 1966 e mettiamola a confronto con la situazione odierna fornita da Trenitalia. Farò di più: visto che a settembre inizierò una nuova serie di corsi a Bologna dovrò fare il pendolare per tutto il mese. Devo acquistare, quindi, un abbonamento mensile Faenza – Bologna A/R. Vediamo un po’: Leggi il seguito di questo post »





E noi chi siamo?

7 07 2008

Leggo stamane un’interessantissimo articolo di Repubblica che prende spunto dal dibattito riaperto dal Washington Post. L’articolo inizia cosí:

“Cercasi nome per una generazione. “Y” non basta piú. definizione troppo stretta per i giovani nati tra il 1977 e il 2002 […] i fratelli minori della “Generazione X”, musica grunge e sit-com. La lettera che viene dopo non racconta le loro identitá multiple, mutanti.”

Tratto da “Tutti web, mamma e iPod é la generazione senza nome” di Paola Coppola, pag. 29, la Repubblica 7 luglio 2008.

Il tema é molto accattivante oltre che essere di estrema attualitá, tant’é vero che é un tema di discussione molto frequente tra me e i miei amici. Sará che abbiamo cominciato tutti a pensarci un po’ piú spesso da quando gira quella mail malinconica (“noi che…”) di cui scrissi tempo fa anche qui sul blog oppure sará per il fatto che, effettivamente, siamo un po’ tutti alla soglia dei 30 anni e cominciamo a preoccuparci di tante altre cose al di fuori delle preoccupazioni del fine settimana (“cosa facciamo venerdí sera?”)…insomma, sta di fatto che ci siamo fermati alla generazione prima (quella dei nostri genitori) in fatto di nomi e soprannomi

baby boomers

Le generazioni del novecento sono quattro, ma abbiamo i nomi solo delle prime tre:

  1. Quelli del dopoguerra: nati prima della seconda guerra mondiale, hanno vissuto il fascismo (magari con la tenuta da giovane balilla) e la ricostruzione post-fascista, i primi anni della Repubblica e del primissimo benessere. I loro punti di riferimento erano la Resistenza e i padri costituenti.
  2. I Baby Boomers: nati tra il 1953 e il 1964¹, in piena crescita economica. In Italia erano circa 10 milioni di bambini. Hanno vissuto l’austerity (la prima crisi economica dopo la grande ripresa dal dopo guerra) e il film che meglio li identifica si dice sia “Il laureato” di Mike Nichols con Dustin Hoffman. I loro punti di riferimento sono stati JFK e Papa Giovanni XXIII, il “Papa buono” (aggiungerei anche altri personaggi in ordine sparso come Martin Luther King, Malcolm X, Mao Tse Tung e Ernesto Che Guevara). ¹ in Italia. Nel mondo anglosassone la fascia d’etá spazia dal 1945 al 1964.
  3. La Generazione X: “nati tra il 1965 e il 1975, trenta-quarantenni, sovraistruiti, sottoccupati, chiusi nel privato e imprevedibili” citando l’articolo. Il nome deriva dal titolo omonimo del best seller dello scrittore Douglas Coupland. Sono la prima generazione ad essere considerata inguaribilmente problematica, cinica, senza valori e senza affetti. Sono la prima generazione tecnologica, ovvero i primi malati di Google, Amazon, Yahoo e Wikipedia. Le stesse “Amazon, Google, Yahoo, MySpace, Dell, e infinite altre aziende tecnologiche miliardarie furono fondate da coetanei appartenenti alla Generazione X. Persino la stessa Wikipedia nasce per iniziativa di persone di questa generazione.” (Generazione X – Wikipedia)

E noi? Che titoli hanno inventato per definire la mia generazione, ovvero quella dei nati tra il 1977 e il 2002? Millennium generation, Echo boomers, Technosexual (?!?), iPod generation, VR generation (Virtual Reality), Second Life generation, Neo-punk, Neo-hyppies, Emo generation, T-generation (dalle t-shirt indossate), MTV generation, Lost-generation (direttamente dalla serie TV)…in base ad ogni nuova tendenza o fenomeno commerciale nasce un nuovo nome, una nuova etichetta per noi…troppo diversi tra di noi, spesso diversi da noi stessi ogni anno che passa, per essere etichettati o per accontentarci di un singolo nome. Leggi il seguito di questo post »





Una fiaba di nome Gesú

2 05 2008

Ateismo. Quanto mi piace dire che sono ateo…nel tempo ho addirittura imparato da Michel Onfray che il termine corretto per quelli come me é agnostico, ovvero colui che non nega l’esistenza di un’entitá superiore a priori ma che sicuramente si pone parecchie questioni sull’esistenza del dio cristiano. Diciamo che anch’io “Non ce l’ho con gli uomini che per sopravvivere fanno uso di espedienti metafisici, ma coloro che ne organizzano il commercio – e nel frattempo si trattano bene – sono decisamente e definitivamente schierati contro di me, sull’altro lato della barricata esistenziale – dalla parte dell’ideale ascetico.” (da “Trattato di ateologia”, cap. 2, par. 1-5, pag. 19; 2005 Fazi Editore)

Tempo fa mi sono imbattuto in un podcast molto interessante dedicato alla storia; chi lo cura é docente di storia all’universitá di Pisa (Enrica Salvatori, La Spezia 1963) e, aldilá dei temi trattati – sempre curati e interessanti secondo me – il taglio é da considerarsi professionale e attendibile. É infatti dalla puntata sui Vangeli Apocrifi (del 7 maggio 2006) che prendo spunto per scrivere questo post, poiché parla di religione ma da un punto di vista piú oggettivo, quello dello storico di professione appunto. Questi sono i miei appunti personali, ho cercato di ampliarne l’attendibilitá cercando su altre fonti, ma resta il fatto che non sono né uno storico né un teologo, bensí un semplice curioso. Se c’é qualche imprecisione vi prego di segnalarmela e provvederó a correggerla tempestivamente, grazie.

Vangeli Apocrifi. Quante storie su Cristo sono state raccontate? Centinaia. Migliaia. Comunque troppe. Il perché non é difficile intuirlo visto che il mondo della chiesa primitiva era costituito da cristiani sparsi e divisi in piccole comunitá disorganizzate lungo il bacino mediorientale. Le storie di Cristo erano tramandate oralmente e si arricchivano man mano di aneddoti su di lui e sulla vergine. Si narra di un Gesú che amasse Maria Maddalena come e piú di tutta la sua gente (piú o meno: “Gesú perché ami lei piú di noi?” “Chiedetevi piuttosto perché non amo voi piú di lei.” dal vangelo di Filippo > stica**i hai capito lui…NdS ) oppure del fatto che fosse stato sepolto nel “giardino di Giuseppe” cioé quello del padre putativo (dal vangelo di Pietro). Leggi il seguito di questo post »





No country for young men

3 04 2008

Un ex-pregiudicato va dal dentista. Dopo le cure il dolore ai denti, anziché passare, aumenta per cui – piuttosto che denunciare il cattivo servizio ottenuto – decide di farsi giustizia da solo. Va a casa del dentista (in realtá fasullo poiché privo di legittima licenza e casa dove – peraltro – opera, poiché privo di un vero studio odontoiatrico), lo incrocia per le scale e gli spara a una gamba. All’arrivo della polizia la vittima inscena un presunto furto con sparatoria per depistare le indagini e offuscare la propria attivitá illecita. Entrambe le vittime/colpevoli sono ora indagate e gli si prospettano anni di carcere. Questo non é il primo caso simile registrato in Italia.

É un plot perfetto per i fratelli Cohen, no? Chi gliel’ha fatto fare di girare un film come “Non é un paese per vecchi”?

Ci rendiamo conto di quanto la vita SIA surreale e di quanto si tenda a rendere sempre piú verosimile la fiction? Che bisogno c’é mi chiedo…sto per ritornare, sempre meno motivato.

Eh, giá.

 

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Il Design é morto

29 03 2008
Leggo senza troppo stupore delle dichiarazioni fatte recentemente dal caro Filippo il Forte (il designer industriale vivente piú noto al mondo – per i profani) che ha scandalizzato mezzo mondo (del design s’intende) dando il via a un dibattito che sto seguendo con passione. In un intervista concessa lo scorso giovedí (13.03.08 direi) a Die Zeit Philippe ha chiesto scusa per essere stato “un produttore di materialitá. Tutto ció che ho disegnato non era affatto necessario. Smetteró del tutto la carriera di designer fra due anni; voglio fare qualcos’altro ma non so ancora cosa…vorrei trovare un nuovo modo per esprimermi. Il design é un’orribile forma espressiva”. Verso la fine dell’intervista afferma, addirittura, che il Design é morto e continua: “In futuro non ci saranno piú designer perché i designer del futuro saranno i vari personal trainer e dietologi”. Infine (ormai un suo classico) conclude con spirito un po’ hyppie: “Quello di cui piú abbiamo bisogno é saper amare”.
Parlai velocemente dell’interessante monologo di Filippo tenuto in occasione  dell’ultimo TED: in quei 18 minuti (a cui potete assistere linkandovi al mio precedente post) si ha un’idea di quale percorso mentale abbia poi portato Filippo il Pentito ad esprimersi cosí davanti al giornalista tedesco.
Avevo giá intenzione di scrivere sulla mentalitá starckiana (che non ho sempre condiviso, sia chiaro) ma si vede che ora dovró accelerare i tempi. Intanto sono curioso di leggere/sentire le reazioni dei vari esponenti del mondo del Design e dell’Architettura…ma soprattutto di gente come Karim Rashid, Marcel Wanders, Tom Dixon e, perché no, pure Ron Arad!
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Miliardi di bacchette…

6 12 2007

“L’uomo onorevole e onesto si tiene a distanza dalla macelleria e dalla cucina. E non accetta posate a tavola”

(Confucio)

Le bacchette. Con queste parole il pensatore e filosofo cinese ha contribuito al diffondersi dell’uso esclusivo di bacchette in Asia. Di tutte le dimensioni e aspetti, le bacchette hanno una lunga storia risalente a più di 5000 anni fa, quando in Occidente si mangiava ancora con le mani. Erano (e sono ancora) realizzate in bambù, lignaggio locale molto diffuso facile da tagliare e resistente al calore. L’abitudine, però, a un consumo di massa (usa e getta) risale a metà degli anni ‘80, ovvero da quando si cominciò a produrle in legno di betulla o pioppo. Come molti degli altri boom economici in Cina, il successo delle bacchette usa-e-getta nasce come conseguenza alla riforma economica: più soldi in città significò invogliare i cittadini e i turisti a mangiare più spesso fuori e da qui nacque l’esigenza di produrre bacchette usa-e-getta in quantità sempre maggiori. Anche il governo cinese ha premuto molto sulla loro diffusione in quanto costituiscono un buon modo per frenare il diffondersi di malattie legate all’igiene alimentare. Nel 2003 sono state un vero e proprio antidoto contro la minaccia SARS denunciata in tutto il mondo.

Il Problema. Solo in Cina si consumano circa 45 miliardi di paia di bacchette usa-e-getta all’anno, un quantitativo pari a 25 milioni di alberi adulti deforestati. Leggi il seguito di questo post »





Gli affitti italiani

20 09 2007

Per non rischiare di voler rileggere questo articolo e poi vedermi cancellato l’url corrispondente me lo copio e incollo sul blog, così sta al sicuro ;-) Articolo di sicuro interesse, notizia da Kronos del 19 settembre 2007 poi diffusa da Yahoo! Notizie.

Casa… Ma Quanto Mi Costi?

Adnkronos – Mer 19 Set – 21.16

Roma, 19 set. – (Adnkronos) – Per il fitto di una casa di 80 metri quadri in periferia si può arrivare a spendere fino a 1000 euro. E’ il dato che emerge da un’indagine condotta dai sindacati degli inquilini Sunia, Sicet e Uniat Uil sui canoni di locazione. Dallo studio risulta, inoltre, che il fitto di una media casa in periferia va dai 502 euro richiesti a Bari ai 996 euro di Firenze. Tra le città dove si spende di più, risulta Milano dove sono necessari 980 euro sempre per 80 metri quadri, Roma con 920 euro, Bologna con 882 euro e Venezia con 800 euro.

Decisamente inferiori i prezzi di affitto nelle città del sud: a Napoli si spendono al mese 650 euro, a Catanai 645 euro, a Palermo 595 euro. Rimane, dall’indagine dei sindacati, la città di Genova, dove in periferia la cifra richiesta è di 565 euro, e Torino dove si spendono 575 euro.

L’indagine è stata compiuta su un panel di 5.000 offerte di locazione ed evidenzia l’acutizzarsi del problema del caro affitti nel nostro Paese. Oltre la periferia, l’indagine analizza i canoni medi delle zone centrali delle grandi città, dove si può arrivare fino ai 1995 euro di Milano e ai 1750 euro di Roma. Bari e Catania sono, invece, le città dove vivere in fitto al centro risulta più economico con, ripsettivamente, 712 e 585 euro necessari.





L’India ha un presidente donna

3 08 2007

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L’India ha un presidente donna. Pratibha Patil, candidata di Sonia Gandhi, succede al padre del programma missilistico indiano. Settantadue anni, ha vinto le elezioni del 19 luglio con un margine elevato sul concorrente, Bhairon Singh Shekhawat, diventando il tredicesimo presidente della storia, il primo donna.

fonte: Il Cacofonico (scarica tutti i numeri in .pdf!)

Articolo originale: “Pratibha sworn in as India’s first woman President” The Hindu New’s update.