Solo se avete visto anche “Strange Days” della regista Kathryn Bigelow (1995) ha senso continuare a leggere questo post.
Avete presente la trama, giusto? Spoiler! Attenzione, Qui di seguito riporto un estratto della trama, preso in prestito da Wikipedia, quindi se non l’avete visto e non volete sapere nulla, non leggete questo post. Trama:
Los Angeles, 31 dicembre 1999, Lenny Nero è un ex poliziotto, radiato tempo addietro dai ranghi, che vive spacciando wire-trip clips, dischetti sui quali vengono registrate esperienze altrui, che includono tutti i loro input sensoriali, come vista, udito, tatto ed olfatto, e che, tramite un lettore, possono essere rivissute da chiunque.
“Wire-trip clips”. Gran bel nome, molto anni ’90 tipo Red Hot Chily Peppers. La curiositá é che, per il film, usarono come supporto tecnologico per questo nuovo tipo di fanta-droga il desueto Sony Mini-Disc
rido al pensiero che avesse una capacitá massima di soli 74 minuti audio e nessuna possibilitá di registrarvi formati video, vabbé…

Quello che attira la mia attenzione nel video iniziale é, certamente, l’insieme di sensazioni che trasmette guardarlo fino alla fine. All’inizio si capisce bene di cosa si tratta, ovvero un atleta che in bici parte nel suo turno di competizione e si lancia giú da uno scivolo in legno. Subito dopo si realizza che si trova in piena cittá (in Cile in questo caso) e, man mano che la velocitá aumenta, le immagini dei tifosi passano sempre piú rapide e indecifrabili. A circa metá del video é quasi impossibile continuare a guardarlo senza tenere il mento alto, come se potessimo veramente poter alzare noi il casco del corridore per vedere meglio la strada, dal momento che l’inclinazione della mini-camera é leggermente piú accentuata del dovuto. Salti, curve e grida di incitamento si ripetono in sequenza, intervallate dal silenzio della concentrazione del pilota che pedala capace verso il prossimo ostacolo. Niente colonne sonore eroiche, niente heavy metal o nu metal, niente video-montaggi brutti e amatoriali per rendere il video “piú bello”. La registrazione é stata uploadata cosí com’é, nuda, cruda e vera. Perché reale. Ecco perché questo video ha attirato tanto la mia attenzione.
Scrivo ora di quest’argomento anche se in realtá il video l’avevo giá visto mesi fa. Quale argomento? Realtá aumentata? No, quella é un’altra cosa. Cos’é questo video? Che cosa rappresenta? Per chi l’ha fatto é il miglior modo di dimostrare (non piú a se ma al mondo) la propria bravura e il proprio coraggio, nonché le proprie competenze tecniche. Ma per l’osservatore, che tipo di nuova esperienza é? Non ricorda molto da vicino quella sorta di simulatore degli sport estremi che ha spopolato per qualche tempo nei Luna Park estivi? Nella mia cittá ce n’era uno nel quale potevi esperire una discesa con gli sci a velocitá pazzesca, stare nel posto di dietro di una macchina da off-road col pilota e il co-pilota di fianco che urla le direttive di guida e…qualcos’altro che ora non ricordo.
Il brivido dell’alta velocitá, del rischio. Il fascino della morte, che sembra cosí vicina pur avendo la certezza che non ti capiterá nulla di male perché, ehi, é tutto finto. Che, portato paradossalmente all’eccesso, mi piacerebbe chiamare come “l’estremizzazione piú pacchiana e dozzinale” della lettura di un buon romanzo o la visione di un thriller d’ottima fattura. É un modo diverso, piú nuovo e spettacolare, di raccontare una storia. Quella di qualcun altro che, di professione, fa qualcosa che tu non fai quotidianamente (e probabilmente non farai mai).
Ipotesi. La mia ipotesi é che, nel prossimo futuro, questo tipo di modo ‘nuovo’ di comunicazione – ma poi neanche tanto – venga privato anche di quel piccolo componente emotivo – quale la paura della morte – per essere usato come un modo come un altro di descrivere dei fatti. Mi spiego meglio: facciamo finta che questo sport (downhill bike racing) diventi molto piú seguito da qui a poco; ora immaginate lo stesso video di cui sopra (che ora gira liberamente su Youtube e Vimeo come testimonianza sportiva) trasmesso in real time, mentre la corsa si sta effettuando. Ovvero centinaia di spettatori contemporaneamente provano quello che prova l’atleta: l’ansia, lo stress, la tensione prima della gara…insomma, tutto meno la fatica fisica. Quanto, questa nuova situazione, arricchirebbe di spettacolaritá quello sport? Moltissimo, dico io. Tremendamente.
E mettiamo poi che avvenga un incidente; magari uno mortale, ahimé. Centinaia di spettatori avrebbero assistito alla “morte in diretta”. Che esperienza, tremenda ma intrigante, no?
Ecco, io trovo questa possibilitá una realtá agghiacciante che mi mette addosso parecchie ansie. Giá ora ci siamo abituati a considerare “normali” situazioni, immagini e atteggiamenti che, fino anche solo a pochi anni fa, non lo erano affatto. Immaginiamo di considerare “normale” anche vedere morire o ferirsi o semplicemente assistere alla sua rovinosa caduta il pilota. Io personalmente rido a una candid camera, ma a certe scene “forti” come cadute violente, mazzate o racchettate accidentali o altro non rido. Poi magari, quasi per voyeuristico bisogno di verificare che il malcapitato sia ancora vivo, rivedo lo stesso filmato una seconda volta. Alla terza o quarta visione, ció che inizialmente era scioccante diventa normale, quasi banale.
É di questa nostra capacitá di adattamento che io mi riferisco quando esprimo la mia ansia. Siamo in grado di adattarci a tutto, nel bene e nel male. Possiamo adattarci a vivere in condizioni sfavorevoli, l’importante é che ci siano quelle vitali. Possiamo abituarci a vivere nell’agio e nel lusso, fino a trovarlo normale e permetterci quell’ulteriore lusso (il lusso dei lussi) di trovare problemi anche dove non ce n’é. Noi siamo in grado di digerire tutto, tutto ció che sia a portata di click. Rapido, brillante, accattivante…e non per forza le immagini devono essere belle esteticamente, anzi, spesso capita il contrario. Finché un video rimane un viral non ci sono problemi: tutti lo vogliono (ri)vedere perché mantiene vivo l’interesse del pubblico, é strano, diverso e sicuramente lontano dalla propria realtá. É qualcosa che chiunque, soprattutto adolescenti, studenti e bambini che guardano ció che non dovrebbero, capisce che non potrebbe – e non dovrebbe – cercare di emulare. Ma quando il video smette di essere sensazionale (che stimola l’apparato sensoriale) allora vi é un appiattimento emotivo.
Ecco, io sono preoccupato dalla morte dei sensi; l’atarassia. Perché se cosí fosse allora veramente il mondo sparirebbe per noi, e solo allora noi spariremmo da esso.
E, onestamente, non sarebbe una brutta perdita per il pianeta…
In conclusione. Non lasciate che l’eccesso di accesso alle immagini sempre piú reali (e sempre meno realistiche) trasformi la vostra percezione del giusto e dello sbagliato. Non smettete mai di provare pena, compassione, pietá, tristezza – ma soprattutto meraviglia, stupore, gioia, curiositá e le sensazioni positive per quello che vi capita nella vita. A partire dalle piccole cose del quotidiano, quelle che consideriamo “banali”. Forse proprio perché non sono cosí facilmente spettacolari.
La vita non ha bisogno di spettacolaritá. La vita é uno spettacolo giá di suo.
Fine del finale alla Lou Scheimer.
Link:
- “Attenzione alle nuove droghe Cyber-droghe: dalla siringa alle cuffie” (articolo di Marcello Pamio, 08.06.2008 su Disinformazione.it)


