
“A volte ritornano” suggerirebbe Stephen King…ma non si parla di letteratura noir e horror, bensì di videogiochi. In questo caso un vero e proprio classicone che ha cambiato il mondo del videogaming degli anni ‘90. Pluripremiato e stra-copiato, la saga Street Fighter II non ha avuto veri rivali a suo tempo, un beat’em-up che ha appassionato un’intera generazione (la mia) e ha dato il via a quell’esasperazione che ha caratterizzato e cresciuto la generazione a noi successiva. Ma rimaniamo sul tecnico:
La serie comincia con Street Fighter, (creato nel 1987, il quale non riscosse il successo del suo seguito, Street Fighter II) ovvero un torneo di arti marziali organizzato da Sagat, il mitico lottatore tailandese di Muay Thai. In questo primo esemplare di picchiaduro non era possibile scegliere i personaggi con cui combattere: l’unico protagonista controllabile è Ryu, leale ed onesto lottatore giapponese, molto abile nell’arte dell’Ansatsuken, allievo del maestro Gouken insieme al compagno americano, Ken Masters. La storia vuole che, nello scontro finale tra Ryu e Sagat, il giovane giapponese riesca a ferire al petto il gigante tailandese riuscendo a vincere il torneo. Ecco perchè Sagat compare con una vistosa cicatrice sul petto nella versione successiva.
Anche nella seconda serie un lottatore tailandese (il malvagio M. Bison con le solite velleità da conquistatore del mondo) organizza un torneo mondiale in modo da poter selezionare i combattenti più forti per assolvere ai suoi scopi di conquista (oltre che perseguitare Ryu per ereditare il suo corpo come dimora per la propria anima). Leggi il seguito di questo post »







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