If only toons were real

31 05 2008

This guy I found through the web has impressed me. He’s a Photoshop pro – no doubt – and he likes to try weird stuff too. In this case he didn’t actually want to show the world how would  Homer, Mario,  Stewie or Jessica would appear if they would be  human but just try out a new technique and show’em as they would be made through all these digital equipment we’ve been used to. The term used is “untooned” but Jax doesn’t really agree with it. By the way, that’s amazing. Ain’t it? Very nice job, dude.

Want to know how does he do it? Look at this:

Visit Jax Pixeloo at his weblog here.





Il caso Algida

29 05 2008

Negli ultimi 4 anni ho viaggiato spesso in Europa: Parigi, Madrid, Lisbona, Praga, Berlino, Dublino, Londra. Adoro viaggiare.

Ricordo, peró, che fin da piccolo amavo collezionare le differenze e le somiglianze che riuscivo a notare durante i viaggi coi miei genitori: in Brasile girano modelli Volkswagen e Fiat inediti nel resto del mondo, le pubblicitá televisive spesso traducevano gli stessi slogan in lingue diverse oppure le storpiavano radicalmente e cosí via.

Parentesi. Possiedo ancora un video amatoriale girato durante la gita-scambio in Germania, era la nostra prima volta, in cui mi soffermai a notare che la nota marca di gelati Algida era chiamata diversamente. Non era certo la prima volta che stavo attento a questi dettagli (inutili per alcuni, banali per altri) ma, semplicemente, ne ho una testimonianza registrata. Insomma: da quel momento in poi la mia é diventata una caccia ai brand che ho saputo consolidare in un sacco di manie e collezioni private. Non avete idea di quanti ritagli di pubblicitá e packaging di ogni genere possegga…almeno le mie lezioni non annoiano basandosi esclusivamente sulla teoria.

Algida nel mondo. Come dicevo poc’anzi, avendo viaggiato spesso ultimamente non ho mai smesso di farmi attirare dai dettagli piú insignificanti…e da qui ne é nato il caso Algida. Guardate queste foto:

Lisboa, aprile 2006

London, maggio 2008

Berlin, maggio 2008 Leggi il seguito di questo post »





la Sostenibile Pesantezza dell’Avere

28 05 2008

Eccoci qua finalmente! Chiedo scusa ma ho avuto parecchio da fare in questo fine settimana appena trascorso…ero arrivato appena in tempo per finire il mio allestimento in occasione degli Open Studio Faenza e del Festival dell’Arte Contemporanea. Perché?

Il contrattempo. Da bravo Antonello Fortunello ho esperito un bel guasto all’aereo Easy Jet che doveva partire da Berlino a Venezia alle 11.25… Leggi il seguito di questo post »





3 giorni di cultura…speriamo

22 05 2008

É online il programma di Open Studio al quale partecipo anch’io quest’anno. Lo potete trovare cliccando su questo link, c’é anche una breve anteprima degli artisti che esporranno presso lo studio Rava e Piersanti.

Vi ricordo che le esposizioni saranno visitabili venerdì 23 – sabato 24 – domenica 25 maggio dalle 20,00 alle 23,00, ingresso piazza XI Febbraio, 18 (piazzetta del vescovado, il portone di legno a fianco del parchimetro).

Spero che la manifestazione abbia successo perché sarebbe molto bello averla come evento annuale fisso. Anche se sono sempre scettico quando si sbandierano ai quattro venti termini come “cultura” e “arte contemporanea”…vorrei davvero che ci fosse cultura, mentre spesso vedo solo esposizioni enigmatiche e pavoneggiamenti in giro per le mostre italiane…Ma, ok, fine del momento “critiche”. Vi aspetto piú numerosi che potete domani, sabato e domenica!





Also spracht Balaustra

20 05 2008

Qui Berlino. Questo mini-tour europeo di una settimana mi sta servendo un mucchio. Niente turismo, sia chiaro: se c’é un motivo per cui amo viaggiare non é certo per scattare le foto di fianco ai monumenti famosi e poter vantare con gli amici di “esserci davvero stato”…piuttosto per osservare con interesse il comportamento delle persone in metro, analizzarne le dinamiche sociali che – senza grosse sorprese – non é poi cosí distante da quelle nostrane.

La mia costante riflessione sulla condizione del nostro paese non cambia: l’Italia é ancora un paese meraviglioso dove vivere – clima, cibo, relazioni umane, amicizie, bellezze locali – ma non per chi lavora in ambito creativo. Puntualizziamo: il lavoro c’é – poco ma c’é – ma le possibilitá di scelta sono estremamente ridotte:

  1. O trovi un lavoro temporaneo e precario, e non avete idea di quanti contratti a “progetto” ho visto negli ultimi 6 anni, con la conseguenza che un giovane lavoratore non riesce a pagarci l’affitto e, insomma, nemmeno a sopravviverci (ditemi cosa ci fa uno adesso con 500,00 € “sporchi” al mese);
  2. O trovi un secondo lavoro, preferibilmente serale (tipo bar o ristorante) con cui integrare il lavoro di cui al punto 1, spesso pagato in nero oppure gestito per mezzo di “contratto a chiamata” (nulla di piú inaffidabile e insicuro per un lavoratore) che alla fine si rivela il lavoro principale, quello che ruba piú energie all’altro; Leggi il seguito di questo post »




Comunicazione di servizio

19 05 2008

Qui Londra. Sono momentaneamente assente, si prega di riprovare piú tardi. :-)





Lesley Hornby e la mini

13 05 2008

Non mi piace rimanere legato alle icone del passato, ma concedetemi un’eccezione: Twiggy, all’epoca Lesley Hornby, é stata una fotomodella indimenticabile che ha fatto veramente storia incarnando la moda e lo stile di un’intera decade (da metá anni ‘60 a metá anni ‘70) e un’intero paese (la Gran bretagna), nonché incarnando l’emancipazione femminile mondiale (con la minigonna). A parer mio nessun’altra modella a lei successiva é riuscita a fare altrettanto, neanche quella capricciosa – e – viziata pantera nera di Naomi, che dovrebbe aver incarnato gli anni ‘90.

Era giovanissima quando faceva ancora l’assistente parrucchiera, tanto che – quando nel 1966 incontró il suo ragazzo e manager Justin de Villeneuve (Nigel Davies) e fu notata per i suoi occhioni e la silouette filiforme – aveva solo 16 anni. Grazie a lui riesce l’anno dopo ad approdare negli Stati Uniti e a farsi lanciare dalla stilista inglese Mary Quant, che la scelse come rappresentante della nuova generazione, quella che ruppe definitivamente coi vecchi canoni estetici ancora in voga dalla fine della guerra. Fu lei ad apparire in copertina e sulle riviste di moda (ma presto anche sulle testate di tutto il mondo) con la minigonna.

Per esempio… non molti sanno che quando Mary Quant, quarant’anni fa, lanciò l’idea della minigonna, non aveva soltanto intuito che molte donne avevano voglia di far vedere le gambe. Aveva anche approfittato di un vantaggio fiscale. In Gran Bretagna l’abbigliamento infantile era esente dalla purchase tax (non c’era ancora l’iva) e l’esenzione ara basata sulla lunghezza del capo, non sull’età (o la taglia) di chi lo indossava.” (fonte Giancarlo Livraghi)

Ecco un altro buon motivo per scegliere un fisichino da bambina come quello di Twiggy. Questo fatto non é molto conosciuto ;-)

Ora sembra di parlare di stupidaggini, ma per l’epoca si trattó di un brusco schiaffone alla moralitá reso legale ed accettabile attraverso i canoni della moda, sebbene ci vollero un po’ di anni prima che divenisse veramente normale.

“Dopo il ‘64 l’abbigliamento femminile non sarà più lo stesso. Le gonne corte imporranno stivali alti di vernice, nuove calze dette “collant”, e una rivoluzione della biancheria. Nel ‘66 Andy Warhol firma il miniabito Campbell’s Soup, elevando ad arte l’invenzione di Mary Quant. Avviato dalla mini, il processo di liberalizzazione dell’abbigliamento procede rapidissimo.
Nel ‘66 Yves Saint Laurent lancia il nude look, Paco Rabanne firma i suoi micro abiti in metallo e Rudy Genreich inventa il topless.
Nel ‘67 vanno di moda le parrucche artificiali e coloratissime di nylon. A Londra le vende Biba. A Milano fanno irruzione nelle vetrine di Fiorucci: il nuovo, folle negozio destinato a diventare un faro nella diffusione della mini. Ma soprattutto nella liberalizzazione dell’abbigliamento e dei comportamenti.”
(da “I 40 anni della minigonna” guide Dada)

Dopo questo enorme successo la carriera di Twiggy (“legnetto” come la chiamavano da piccola in casa) é continuata con la recitazione e col canto. Durante la sua carriera ha ricevuto ben due Golden Globe come Best Female Actress e Best Rookie per il film “The Boyfriend” (1971) di Ken Russell. Tuttora recita e appare in TV: Doveva essere lei “La Tata” della serie TV al posto di Fran Dresher…sarei stato proprio curioso di vedere come avrebbe interpretato quel ruolo…

Al suo viso ho sempre associato quella sit-com degli anni ‘60 intitolato Bewitched (nome italiano: Vita da strega) dove Samantha – la strega – sposa Darrin e dá vita a un’insolita quotidianitá fatta di gag che adesso non fanno neanche piú ridere. Ecco, quell’attrice (Elizabeth Montgomery) mi ha sempre ricordato un po’ Twiggy. In piú io adoro le illustrazioni degli anni ‘60. Che meraviglia…

Twiggy…proprio una bella donna. E pensare che ha l’etá di mia madre…

Fonti:





Eigenart n.69

12 05 2008

Mentre ero a Berlino ho cercato di tenermi impegnato anche in campi extra-didattici e ho collaborato con il magazine universitario della UdK (Universität der Künste Berlin).

Storia. Questa testata, sebbene universitaria, contava ben 68 uscite…da metá anni ‘80 per capirci. Le ultime 10 edizioni che mi mostrarono, prima di cominciare i lavori per la stampa del numero 69, erano tutte molto belle…i tedeschi e la grafica tipografica sono sempre andati d’accordo del resto. Anche le tirature sono sempre state notevoli: 1000 copie, a volte 1500. Questo tipo di attivitá é gestito da un consiglio studentesco idipendente previsto, costituito e finanziato dall’universitá stessa (AstA UdK). Diciamo che i fondi a disposizione (sebbene parliamo di cifre non esagerate certamente) c’erano e ci sono sempre stati. Insomma, esattamente come nel mondo universitario italiano…Il termine eigenart si puó tradurre con “arte propria” o “arte di ognuno” piú o meno…essendo l’UdK un’universitá esclusivamente della arti (pittura, scultura, architettura, design, moda, musica e canto) la rivista non poteva scegliere nomi troppo distanti da questo campo. C’é da dire, peró, che il nome della rivista non piace al 90% dei ragazzi con cui ho parlato. Vabbé.

Redazione e struttura. La redazione per Eigenart n. 69 era composta da soli latini: io e altre 3 ragazze spagnole oltre alla capo-redattrice, tedesca almeno lei. Tra i collaboratori (illustratori e giornalisti) c’erano ungheresi, peruviani, olandesi e pure qualche tedesco. Il materiale da pubblicare (articoli, fotografie e illustrazioni) é stato raccolto in un mese e mezzo mentre la rivista l’ho preparata in una settimana (ho lavorato come grafico e Art Director) di intenso lavoro assieme all’editrice…visto che stavo lavorando su un prodotto in tedesco senza conoscerne sufficientemente la lingua.

Obiettivi. Il mio obiettivo é stato porre rimedio all’unico vero problema della rivista: sebbene molto curata esteticamente, molti studenti non la conoscevano e solo pochi l’apprezzavano; molti ne avevano sfogliato qualche pagina senza capire che fosse una rivista universitaria. Sicuramente un punto a sfavore era la quantitá enorme di parole contenute…Dovevo fare in modo che attraesse l’attenzione, che piacesse da subito…insomma, che gridasse “prendimi!” agli studenti/lettori.

Premio. Beh, del numero 69 ne sono state stampate ben 2500 copie, le prime 1700 sono andate esaurite in meno di dieci giorni (la UdK conta ben 10 edifici diversi sparsi per tutta Berlino). Una settimana fa ho ricevuto una e-mail dalla capo-redattrice la quale comunicava che Eigenart n.69 é stata selezionata tra le prime 8 riviste universitarie tedesche (su 40 testate partecipanti), come rivelano i risultati del MLP Campus-Presse Award 2008. Non immaginate che soddisfazione, soprattutto per i ringraziamenti ricevuti dai ragazzi dell’AstA

Invito. Ecco, non sono solito pubblicare notizie che riguardano le mie attivitá perché ritengo che non debba essere un blog il posto giusto per farlo, bensí un sito personale, peró mi faceva piacere scrivere due righe in merito a questa esperienza divertente, faticosa e – certamente – molto istruttiva e stimolante per me. Se volete dare un’occhiata al file .pdf dell’intero magazine potete scaricarlo liberamente a questo link…tutti i crediti sono nella penultima pagina ;-)





L’arte di apparecchiare

12 05 2008

“Fino al periodo delle guerre puniche a Roma, anche nelle case più ricche, la tavola veniva preparata solo con lo stretto necessario, e il valore positivo associato al pasto era quello della frugalità. Poi qualcosa cambia, e il valore sacrale prima riservato ai sacrifici si allarga alla mensa domestica. Si origina così l’attività dell’apparecchiatura, della preparazione, che è in realtà un piccolo rito in cui si appronta lo spazio riservato a un’attività importante l’assunzione del cibo, non più praticata come attività di mero sostentamento ma come espressione di civiltà.

Non va dimenticato però che la tavola apparecchiata è la presentazione del pasto, l’introduzione ai piatti non deve trasformarsi in un addobbo invadente. Non incorrete mai nell’errore di far diventare l’apparecchiatura la protagonista del banchetto: è un virtuosismo che non ha altro significato che l’esaltazione eccessiva della padrona di casa o del maître. L’apparecchiatura, come dice la parola stessa, è “preparazione” a un evento, e la tavola apparecchiata è lo spazio scenico pronto ad accogliere i protagonisti dell’evento, cioè il cibo e i commensali. “

Gianfranco Vissani

(cuoco, gastronomo, critico, intrattenitore TV)

Ecco a voi la disposizione corretta di piatti, bicchieri e posate sulla tavola informale “classica” italiana (quando si invitano gli amici a pranzo/cena quindi), giusto per chiarire le idee a chi fa confusione con l’etiquette:

1. piatto fondo
2. piatto piano
3. sottopiatto
4. tovagliolo
5. forchetta per antipasto
6. forchetta per prima pietanza
7. forchetta per seconda pietanza
8. coltello
9. cucchiaio da minestra
10. posatine per dessert e formaggio
11. bicchiere per acqua
12. bicchiere per vino rosso
13. bicchiere per vino bianco
14. piattino per il pane

In caso di pranzo o cena meno impegnativa si potranno evitare il piattino per il pane e il sottopiatto. Ecco come posizionare piatti, posate, bicchieri: a sinistra del piatto, le forchette (con le punte verso l’alto), a destra i coltelli (con la lama verso il piatto) e i cucchiai. In orizzontale, le posate da frutta e da dessert: in basso il coltello con la punta a sinistra e la lama verso il piatto, poi la forchetta, con le punte verso destra rivolte in alto, infine il cucchiaino, con il manico a destra. Se il menù prevede sia il formaggio sia la frutta, insieme con la fruttiera verranno portate in tavola le posate da frutta appoggiate sul piattino pulito (mai incrociate).

Sopra le posate da frutta, un po’ spostati verso destra, i bicchieri: il più grande da acqua e alla sua destra quello più piccolo da vino.” (galateoitaliano.it)

Cosí abbiamo anche risolto la questione del “bicchiere grande per l’acqua e il bicchiere piccolo per il vino”…giusto? ;-)

Fonti:





Enfisema? Alla tua!

9 05 2008

Ma a quanti di noi capita di buttare la cenere delle sigarette per terra? E a quanti capita di improvvisare un posacenere con un recipiente usato qualsiasi? Questo design involontario (non-intentional design piú propriamente) sta alla base di una certa corrente progettuale, il cui risultato puó generare un risultato come questo:

Vi piace? Anche a me ;-) Se volete acquistare Bottle Top Ashtray (posacenere universale per colli di bottiglia di varie misure, realizzato in alluminio) sganciate poco meno di 6 dollari a questo sito





Brainy games

8 05 2008

Siete anche voi appassionati giocatori da tavolo? Cosa preferite: le carte, i giochi di gruppo come Trivial o Pictionary oppure quelli di sfida in coppia come il tris, battaglia navale oppure dama e scacchi?

Se trovassi questo fighissimo gioco del tris a specchio lo acquisterei senza esitare, guardate un po’:

Peccato che la pubblicitá risalga a un sito russo…e non riesco neanche a decifrare quanto costi :-(

Se invece anche voi preferite, come me, il gioco degli scacchi fate un salto in questa paginetta virtuale e sfidate la Thinking Machine (versione 4): la particolaritá di questo gioco virtuale é che potete sfidare solamente il computer, peró quando é il suo turno vi mostrerá tutte le possibili giocate possibili in relazione alle vostre mosse. Come? Per mezzo di collegamenti visuali!

Thinking Machine é stato realizzato con Processing, programmino potentissimo che ho usato anch’io per il progetto berlinese, e poi scritto in Java 1.1. L’obiettivo é mettere a disposizione un vero campione degli scacchi e renderne fruibili anche i processi logici di risposta al gioco. É in fase di sviluppo la versione 5 che prevede di fare giocare (sempre virtualmente direi) due sfidanti contemporaneamente. Andate sul link e fatevi una partita!

P.S.: La mia pedina preferita rimarrá sempre l’alfiere…é l’unico che puó fare il doppio gioco: dama e scacchi. ;-)

Via R. Daneel Olivaw.





100 modi per ripensare la vita

7 05 2008

Come avrà notato qualcuno dall’occhio fine l’header del mio blog cita “Il design farà cagare ma almeno serve a qualcosa”. La storia di questo piccolo motto/slogan (che sto per riutilizzare) risale a tre anni fa: realizzai il timbro e timbrai un intero rotolo di carta igienica per poi regalarne i singoli fogli come biglietto da visita in occasione del Salone del Mobile 2005…quando la fiera di Rho era ancora a metà lavori e quando i miei (ormai ex) compagni di corso dell’ISIA vinsero il premio del pubblico come miglior stand sotto il nome di Dorothy Gray.

Dicevo: sto per riutilizzare il mio vecchio slogan, e non solo su nuova carta da c**o bensì per i miei oggetti che esporrò in occasione del Festival Arte Contemporanea (C YOU in Faenza, 1′ edizione) che si svolgerà nella mia città durante il weekend del 23-25 maggio. Se ne volete sapere di più andate sul sito ufficiale: l’evento è su scala nazionale visto il prestigio di molti degli artisti invitati mentre la formula proposta dall’organizzazione (gestita da Goodwill e Moto d’Idee) esce un po’ da quegli schemi tradizionali che si osservano durante i soliti Festival di Arte italiani. Visto che questa è la prima edizione credo sia facile andare incontro a qualche delusione organizzativa (anche se dal programma presentato e dalle voci di corridoio non sembra) ma rimane il fatto che la “Faenza culturale” ci prova e continua a spingere, e per chi sta dentro a questo campo non è poco.

Pertanto siete tutti invitati alla mia esposizione personale di oggetti d’arredo dal titolo “SpA: la Sostenibile pesantezza dell’Avere” presso lo studio di architettura Rava e Piersanti, P.zza XI Febbraio 18 (chiostro interno, piano terra) dal 23 al 25 maggio, ore 20.00-23.00. Ci saranno anche un sacco di miei amici e conoscenti che espongono sparsi qua e là tra gli studi della città, vi invito a procurarvi la guida di “C” oppure quella di Open Studio Faenza, disponibili presso la Pro Loco sotto la Torre dell’Orologio in Piazza del Popolo.

In questi giorni sto lavorando sodo in laboratorio, ovvero al DO | Nucleo Culturale (di cui anch’io son diventato membro) in collaborazione con i ragazzi di RESIGN. Se volete avere un’anteprima della filosofia che sta dietro all’iniziativa date un occhio a questo video in cui Magno e Giò danno una chiara (?) spiegazione divertente/divertita. Personalmente sposo la causa al 100% ma poi è chiaro che stili e gusti possono (e devono) cambiare da persona a persona. ;-) Questo video (realizzato e montato da Riccardo Gambi, ex-studente ISIA) è la testimonianza dell’evento “Incursioni Urbane” organizzata dall’ISIA Faenza i giorni 15 e 16 giugno 2007; l’evento prevedeva la performance “Oggetti liberati” (input di progettazione comune in giro per Faenza, ideata e realizzata da Giò e Magno) e la “sfilata di moda metropolitana” che partì da P.zza del Popolo usando come lunghissima passerella l’intero Corso Mazzini fino alla Loggia degli Infantini, luogo in cui l’evento si concluse con un party pubblico allietato da finger food, buon vino e soft cocktail. Buona visione!





Nuovi mestieri, nuovi avvocati

6 05 2008

Visto che se ne sta parlando sempre di piú anche al di fuori del webª e visto che fra non molto apriró il famoso nuovo blog design-only come annunciato precedentemente (no, il nome non é questo, non appena pronto sveleró tutto) vale la pena rispolverare qualche nozione che puó essere utile a chi non conosceªª cos’é la licenza Creative Commons. Una volta finito di guardare il video andate direttamente sul sito ufficiale, completamente in italiano.

ª fuori dai confini italiani, ovviamente

ªª …perché so che c’é ancora qualcuno, lá fuori, che non la conosce ;-)

Se poi non siete ancora convinti allora guardatevi anche questo video (in inglese con sottotitoli in italiano) che spiega ai NON creativi le potenzialitá interessanti legate diritto di proprietá alleggerito…

Bella lí ragazzuoli…:-)





LSD r.i.p.

2 05 2008

Ben quattro mesi fa, 1280 Km fa, meno 17 gradi rispetto ad ora e in tutt’altro mood mentale avevo promesso in questo post che avrei parlato dell’LSD. “L’hai provato e ne vuoi parlare, eh?” vi sará venuto in mente malignamente…la risposta é “No”; peccato aggiungo, perché la veritá é che ne sarei curioso e visto che il meglio della letteratura/arte/musica del ‘900 (in particolare il vintage rock, prog rock, psychedelic rock anni ‘60 e ‘70) é nato sotto effetto di sostanze allucinogene. Per chi non é d’accordo consiglio di informarsi un po’ meglio, inclusa mia madre…;-) Giusto per dare un piccolo esempio: tra gli scrittori che usavano regolarmente l’LSD per la propria ispirazione c’erano Allen Ginsberg, J.G. Ballard, William Burroughs, Abbie Hofmann, Hunter S. Thompson e Philip K. Dick (tutti scrittori e poeti anglofoni dei quali, onestamente, non ho mai letto nulla…ma forse dovrei).

Visto che in questi giorni ho un po’ di tempo cerco di dare fondo alla massa di appunti accumulati nell’ultimo anno (ecco perché magari non ho scritto per un mese e mezzo e poi, di colpo, mi ritrovo a scrivere 3/4 post al giorno…d’altronde “aperiodicitá” significa, appunto, questo) cosí posso, finalmente, buttare via un po’ di carta :-)

Albert Hofmann. Scopro oggi che il soggetto principale di questo post – il chimico svizzero Albert Hofmann, inventore dell’LSD – é deceduto solamente quattro giorni fa (fonte: sito ufficiale)…prenderó questa casualitá come un suo richiamo discreto per non dimenticare il primo tra i cento cervelli piú influenti del pianeta (tra i quali compare, peraltro, un solo italiano: Dario Fo, settimo in classifica).

L’LSD venne sintetizzato per la prima volta nel 1938 nei Laboratori Sandoz di Basilea da Albert Hofmann. Hofmann stava effettuando ricerche sugli alcaloidi presenti nella scilla marina e nella segale cornuta nel tentativo di ricavare sostanze utilizzabili come farmaci. Le sue proprietà psichedeliche non vennero però riconosciute fino al 1943, quando Hofmann ingerì casualmente pochi microgrammi della sostanza rimasti sulle sue dita. Questa esperienza lo condusse a testare personalmente gli effetti psicoattivi dell’LSD […]. L’ingestione dell’ergot o della segale cornuta o di prodotti che da essa derivano causano la cosiddetta “febbre del pellegrino”, o ergotismo, i cui sintomi sono deliri allucinatori e forti dolori alle gambe. […] Leggi il seguito di questo post »





Una fiaba di nome Gesú

2 05 2008

Ateismo. Quanto mi piace dire che sono ateo…nel tempo ho addirittura imparato da Michel Onfray che il termine corretto per quelli come me é agnostico, ovvero colui che non nega l’esistenza di un’entitá superiore a priori ma che sicuramente si pone parecchie questioni sull’esistenza del dio cristiano. Diciamo che anch’io “Non ce l’ho con gli uomini che per sopravvivere fanno uso di espedienti metafisici, ma coloro che ne organizzano il commercio – e nel frattempo si trattano bene – sono decisamente e definitivamente schierati contro di me, sull’altro lato della barricata esistenziale – dalla parte dell’ideale ascetico.” (da “Trattato di ateologia”, cap. 2, par. 1-5, pag. 19; 2005 Fazi Editore)

Tempo fa mi sono imbattuto in un podcast molto interessante dedicato alla storia; chi lo cura é docente di storia all’universitá di Pisa (Enrica Salvatori, La Spezia 1963) e, aldilá dei temi trattati – sempre curati e interessanti secondo me – il taglio é da considerarsi professionale e attendibile. É infatti dalla puntata sui Vangeli Apocrifi (del 7 maggio 2006) che prendo spunto per scrivere questo post, poiché parla di religione ma da un punto di vista piú oggettivo, quello dello storico di professione appunto. Questi sono i miei appunti personali, ho cercato di ampliarne l’attendibilitá cercando su altre fonti, ma resta il fatto che non sono né uno storico né un teologo, bensí un semplice curioso. Se c’é qualche imprecisione vi prego di segnalarmela e provvederó a correggerla tempestivamente, grazie.

Vangeli Apocrifi. Quante storie su Cristo sono state raccontate? Centinaia. Migliaia. Comunque troppe. Il perché non é difficile intuirlo visto che il mondo della chiesa primitiva era costituito da cristiani sparsi e divisi in piccole comunitá disorganizzate lungo il bacino mediorientale. Le storie di Cristo erano tramandate oralmente e si arricchivano man mano di aneddoti su di lui e sulla vergine. Si narra di un Gesú che amasse Maria Maddalena come e piú di tutta la sua gente (piú o meno: “Gesú perché ami lei piú di noi?” “Chiedetevi piuttosto perché non amo voi piú di lei.” dal vangelo di Filippo > stica**i hai capito lui…NdS ) oppure del fatto che fosse stato sepolto nel “giardino di Giuseppe” cioé quello del padre putativo (dal vangelo di Pietro). Leggi il seguito di questo post »