“Rivincita“, la parola d’ordine che girava negli ultimi giorni a Buenos Aires, non era né casuale né abusata. C’erano una serie di sconfitte da riscattare, buon’ultima quella di Londra, c’era soprattutto un’occasione unica e irripetibile per vincere a mani basse un torneo dove la strada pareva spianata, oltre che dalla propria forza, anche dagli handicap che la concorrenza si era autoinflitta. La guida tecnica di Basile pareva perfetta per completare l’opera: un tecnico rispettato dai giocatori, vincente con i club e con la Nazionale, imbattuto in Copa America, almeno fino alla fatal Maracàibo.Al Pachencho Romero ne ha fatto le spese un’Argentina troppa sicura del proprio talento, bella e perdente come l’Olanda di Cruyff, o l’Ungheria di Puskas: la generazione di Ayala, Zanetti, Riquelme, Crespo che perde l’ultimo treno per la gloria e che cede il testimone ai vari Messi, Tevez, Aguero.” (F. Casotti – Eurosport)
“l Brasile del ct Carlos Dunga vince la 42a edizione della Copa America superando 3-0 nella finalissima l’Argentina di Basile. Di Julio Baptista, autorete di Ayala e Daniel Alves le reti che regalano l’ottavo trionfo nella competizione alla formazione verdeoro”
“Argentina e Brasile si giocano la finale di Copa America. Argentini avvantaggiati sulla carta, ma i brasiliani scendono in campo agguerriti e decisi a portare a casa la Coppa
[...]All’assalto dell’ottavo titolo continentale con una virtù che si chiama umiltà. Senza i suoi gioielli più preziosi il Brasile deve puntare su altre caratteristiche per poter pensare di battere l’Argentina. Molto più forte l’Albiceleste, lo dicono numeri e prestazioni di una squadra fuori categoria.Eppure i verdeoro non demordono.” (A. Tabacco – Eurosport)








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